Se errare umano ma perseverare è diabolico, a questo punto si può dire senza timore di smentita che l’operazione Dazn sia stato un colossale buco nell’acqua. Un anno dopo, ci risiamo: gli stessi disservizi, le stesse polemiche. Di nuovo alla prima giornata: il campionato inizia ma non si vede, si vede a tratti, io sì e tu no, ma tutti pagano, pure di più dell’anno scorso. Semplicemente inaccettabile.

I problemi riscontrati soprattutto domenica (in particolare durante Salernitana-Roma e Spezia-Empoli), con gli utenti sbattuti fuori dall’applicazione, stavolta sarebbero dovuti all’alto numero di tifosi che cercavano di autenticarsi contemporaneamente, una giustificazione ridicola per una app nata per gestire milioni di abbonati. Comunque sia andata, ciò che conta è che l’emittente si è scusata con i consumatori ed è stata addirittura costretta a fornire dei link alternativi per guardare la partita, segno che la connessione al mare e la debolezza della rete non c’entrano nulla, è proprio colpa di Dazn. Una figuraccia che suona come una bocciatura, stavolta definitiva: incontrare qualche difficoltà l’estate scorsa, all’inizio di una svolta epocale per i diritti tv, in fondo ci poteva anche stare, ma fare flop un’altra volta, dopo un anno intero di rodaggio, è dimostrazione di inadeguatezza totale. Attenzione, non del progetto, ma di chi l’ha attuato.

Il piano era chiaro: portare il campionato online e così grazie al pallone digitalizzare un Paese tecnologicamente arretrato, rendere il calcio anche più fruibile e magari economico. C’era del buono in questa idea, forse un pizzico ce n’è ancora, perché il calcio deve andare incontro alle nuove generazioni e al loro modo di consumare il prodotto, se non proprio on-demand (una partita non potrà mai esserlo), almeno sempre più digitale, visibile senza più parabole o televisioni vecchio stampo. Il problema è che non ha funzionato.

L’operazione è fallita, e non lo dicono tanto i disservizi di questo primo weekend estivo, che magari saranno pure superati nelle prossime settimane, quanto quello che è successo nelle ultime settimane. Tim – colosso dell’industria nazionale, senza cui Dazn non avrebbe mai avuto la forza né economica né tecnologica di fare l’offerta faraonica che ha sbaragliato la concorrenza di Sky – era la vera garanzia di questo piano ambizioso: ci ha creduto sei mesi, poi ha solo pensato a come abbandonare la nave in tempesta, riducendo al minimo una perdita quantificata in mezzo miliardo di euro. Lo stesso accordo tra Dazn e Sky, a lungo invocato, non ha semplificato affatto la vita dei tifosi (serve comunque il doppio abbonamento, anzi, c’è pure la beffa dei 5 euro extra da pagare per vedere il canale “Zona Dazn” su Sky), però portando le partite sul satellite ha di fatto rinnegato lo spirito di tutta l’operazione, certificando l’incapacità di garantire il servizio esclusivamente in streaming. Si poteva e con tutta probabilità si dovrà ancora fare in futuro: evidentemente Dazn (e mettiamoci dentro pure Tim) non erano in grado di farlo.

Tutti hanno sbagliato tutto, piani industriali, conti, marketing. Non hanno pensato che il profilo medio del tifoso in tv assomiglia molto di più a un signore benestante e un po’ sclerotico, abbarbicato nelle sue abitudini, che al ragazzetto ipertecnologico e smanettone (questo il calcio non lo guarda quasi più), per cui prima di abbandonare la vecchia e rassicurante parabola bisognava avere la certezza che il nuovo mezzo funzionasse. Far infuriare due milioni di italiani non è una gran trovata pubblicitaria, invece Dazn continua a collezionare disastri, anche comunicativi: dopo un’estate passata a rivendicare l’aumento delle tariffe e la rivoluzione tecnologica apportata, collassa alla prima giornata. Davanti abbiamo ancora due campionati da vedere in questo modo (inutile sperare in improbabili sublicenze) ma ormai il danno reputazionale è tale che niente potrà più cambiare il giudizio negativo sull’operazione Dazn.

La stessa Lega Serie A ha poco da alzare la voce, perché è stata lei ad assegnare i diritti senza le dovute garanzie, e soprattutto sa benissimo che il problema si riproporrà identico alla prossima asta dei diritti tv, fra soli due anni. Peggio di questo disastro collettivo, c’è solo il codazzo imbarazzante di politici (da Calenda a Salvini al Pd non si salva nessuno), che provano a salire sul carro dello scontento popolare, alla ricerca di facile consenso in vista delle elezioni. Ma in fondo questa trasmissione improvvisata, con segnale precario e programmi raffazzonati, è solo lo specchio fedele di un torneo sempre più scalcagnato, anche televisivamente. Questa Serie A non vale molto più di Dazn. Buon campionato, a chi riuscirà a vederlo.

Twitter: @lVendemiale

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