Da Caterina Chinnici con nove ultimatum come le richieste che Giuseppe Conte fece a Mario Draghi. “Saremo intransigenti”, assicura Nuccio Di Paola, il referente siciliano del M5s che oggi si presenterà alla candidata del centrosinistra, eurodeputata del Pd e vincitrice delle primarie, con nove temi stilati da un gruppo di lavoro per sottoporli come estremo tentativo per salvare la coalizione giallorossa, almeno nell’isola. Un passaggio delicatissimo per Di Paola che si trova a rappresentare un Movimento di fatto dilaniato da settimane e in particolar modo da quando, con le dimissioni del presidente Nello Musumeci, si è concretizzato l’election day: si voterà il 25 settembre anche per le regionali siciliane, inizialmente previste a novembre.

Ma si può votare nello stesso giorno una coalizione che è unita a Palermo ma non esiste a Roma? Da qui nasce il dilemma che sta consumando attivisti, sindaci e parlamentari siciliani del M5s: restare in coalizione col Pd nonostante la rottura nazionale o correre in extremis da soli? Con le Politiche alle porte e le Regionali sovrapposte nello stesso giorno, l’isola torna, dunque, ad essere la palestra politica che è sempre stata. E banco di prova per dinamiche nazionali. Quel terreno di sperimentazione dove provare scenari futuri. Così, perlomeno, doveva essere per le primarie: in Sicilia lo scorso 23 luglio si è votato per la prima volta all’interno di una coalizione di centrosinistra che includeva Pd e M5s. Era una sperimentazione “ma anche il frutto di 5 anni di opposizione al governo di Nello Musumeci, fatta fianco a fianco tra i banchi dell’Assemblea regionale”, suggerisce un esponente del Movimento. Un esperimento che ha creato l’ennesimo paradosso siculo, perché mentre a Palermo si votata, a Roma solo tre giorni prima era caduto il governo di Mario Draghi ed Enrico Letta aveva rotto l’alleanza con Giuseppe Conte. Le vicende nazionali, cioè, si erano di fatto abbattute come una scure sul percorso tracciato in Sicilia dal centrosinistra. E adesso dilaniano le viscere del M5s siculo, che nei prossimi giorni dovrà decidere se stare ai patti sottoscritti dalle primarie oppure tornare alle origini e correre in solitaria. Il tempo per prendere una decisione e iniziare una campagna elettorale è pochissimo: “Si tratterebbe chiaramente di andare a perdere, ma potremmo comunque recuperare qualche punto di percentuale”, suggerisce un esponente del Movimento. Ma mentre il tempo stringe, il clima tra favorevoli e contrari si fa ogni giorno più rovente, con accuse trasversali. “Vogliono rompere perché devono accontentare la base e sono in campagna elettorale”, suggerisce dalle retrovie qualcuno. Ma anche dall’altro lato del dilemma, i toni non cambiano: “Sono al secondo mandato e sperano in un posto di governo”.

L’assemblea di lunedì scorso che doveva sciogliere il dubbio, d’altronde, è durata quasi sei ore. Ma, soprattutto, si è aperta con Giuseppe Conte che ha lasciato aperte tutte le strade: chi si aspettava la presa di posizione del leader M5s contro il Partito democratico e una decisione già presa da Roma, è rimasto deluso. Se anche ieri sera – in diretta televisiva – l’ex premier ha usato toni di chiusura nei confronti del Pd sul fronte siciliano ha deciso di non andare allo scontro e lasciare la parola agli attivisti. Un segnale che, a livello nazionale, non è passato inosservato e che in molti hanno associato al fatto che entrambi i leader (sia Conte che Letta) stanno evitando gli scontri diretti. E in una fase così delicata, ogni mossa, anche quelle più piccole, non possono passare inosservate. Proprio la decisione di Conte di non decidere, almeno non subito, ha fatto sì che la rottura sia stata almeno rinviata. E, nonostante i molti interventi a favore della rottura, ma alla fine la sintesi è stata quella dell’estremo tentativo di salvare la coalizione, andando a bussare alla porta di Chinnici, e chiedere che “si faccia garante super partes della coalizione”, suggerisce un big del M5s.

Ma basterà? “Abbiamo partecipato a delle primarie di ‘coalizione’. Se uno rompe la coalizione, di quale accordo stiamo parlando?”, si chiede la deputata messinese Angela Raffa. E insiste: “Il nostro capo politico ha dichiarato: come andremo a Roma, andremo pure a Palermo. Ma veramente si sta pensando di fare il contrario di quello che soli pochi giorni fa abbiamo detto?”. “Ciò che è avvenuto a Roma è molto diverso da quello che è successo a Palermo all’Assembrea regionale negli ultimi cinque anni. È tutta un’altra storia da raccontare. I M5S a Roma è passato da un governo con la Lega, poi col Pd, poi di nuovo con la Lega, Pd e Fi.”, sottolinea, invece, Giampiero Trizzino, consigliere regionale. E per Trizzino non ci sono dubbi: “A Palermo, dopo cinque anni di opposizione comune contro Musumeci, dopo avere celebrato le primarie, dopo avere accettato di condividere un documento sui punti programmatici non derogabili, si vorrebbe fare saltare tutto. E per cosa poi? Per consegnare la vittoria al centro destra, cioè a coloro che continueranno a perpetrare i danni di Musumeci. Perché deve essere chiaro un fatto: colui che oggi chiede di fare saltare gli accordi, domani dovrà spiegare perché ha consegnato la Sicilia a Forza Italia e alla Lega”. Tra queste due posizioni, opposte, si inseriscono i 9 temi che oggi verranno sottoposti a Chinnici. Si tratta di alcuni dei punti cardine del Movimento: no ai termovalorizzatori, no alle sanatorie edilizie, nessuna apertura a forze politiche contrarie al Reddito di cittadinanza e misure di sostegno alle imprese in difficoltà come il superbonus. I temi sono pronti, poi la palla passa al Pd. E se Chinnici non dovesse accettare? “Siamo pronti anche ad andare da soli”, dice trachant Di Paola.

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