La recente ondata di calore che ha attraversato l’Europa occidentale non è stata l’unica e, ormai lo sappiamo, non sarà l’ultima. Contemporaneamente, la condizione siccitosa in cui si trova il Nord Italia si è manifestata anche nel “southwest” americano (California, Arizona, Texas), dove il Lago Mead ha raggiunto livelli critici. I bacini fluviali dei vicini francesi hanno raggiunto temperature tali da non poter permettere il raffreddamento delle numerose centrali nucleari, costringendole a dimezzare la produzione energetica per la stagione. È evidente a tutti i cittadini che questi scenari siano quanto di più vicino alla parola “emergenza” si possa pensare. Eppure i governi degli Stati afflitti sono ancora recalcitranti dal dichiarare formalmente l’emergenza climatica e ancor più nell’attuare provvedimenti e cambiamenti strutturali per far fronte alle cause di questi eventi estremi.

È questo il caso del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che dopo varie pressioni ha deciso di varare un piano di aiuti diretti alla mitigazione delle ondate di calore del peso di 2,3 miliardi di dollari. Nonostante questa possa sembrare una cifra ambiziosa, il paragone con i 37 miliardi di dollari destinati al miglioramento delle forze dell’ordine lascia intuire che né Biden né la sua amministrazione abbiano preso sul serio la questione climatica. La stessa cifra devoluta a un impianto di pannelli solari potrebbe produrre fino a 37 GW di energia elettrica, pari a circa un terzo del parco fotovoltaico americano attuale.

Tali cifre sono da confrontare poi con i danni da crisi climatica che si potrebbero evitare (un rapporto 2022 di Deloitte li stima, a livello globale, a 178 mila miliardi di dollari!). In quest’ottica economica la situazione italiana non è meno drammatica, con i vari think tank e politici locali che suggeriscono di destinare i fondi alle imprese (in forma di risarcimenti per i raccolti ridotti) prima che alle infrastrutture decadenti o a programmi di conservazione, invaso e raccolta. Ancora una volta, e in questo caso in senso quasi letterale, viene messa a nudo l’incapacità e la mancanza politica delle istituzioni di agire a valle e contrastare le cause di questi eventi, invece degli effetti.

La litania si ripete dall’altro lato dell’Atlantico, dove la Gran Bretagna è stata colpita dalla sua prima ondata di calore da 40°C per ben due giorni. Nonostante possa sembrare irrilevante se confrontata alle recenti estati italiane, le infrastrutture e il paesaggio britannico, non essendo abituate a shock simili, sono state messe a dura prova. I pompieri londinesi hanno dichiarato di non avere mai avuto così tante emergenze dal bombardamento di Londra durante la Seconda Guerra Mondiale; il villaggio di Dagenhams è stato quasi totalmente incendiato; gli abitanti delle regioni del Sud hanno sofferto condizioni estreme a causa dell’inadeguata coibentazione degli edifici anglosassoni. E mentre l’isola arde, il gioco delle sedie prosegue nella House of Commons come a Montecitorio, con i politici che si affannano a coprire i buchi istituzionali senza però curarsi dell’emergenza climatica che infiamma il Vecchio Continente.

Crediamo che la riluttanza nel dichiarare lo stato di emergenza non sia casuale. Fare ciò costringerebbe i vari governi a dare priorità immediata alla risoluzione delle varie criticità, a partire dalla rimozione dal mercato dei titani fossili. Un modus operandi doppiamente contraddittorio, se consideriamo la differenza in oneri economici tra interventi infrastrutturali preventivi e costi di riparazione a seguito degli eventi estremi che diventano sempre più frequenti e intensi. Crisi artificiali senza le quali il capitalismo si arresterebbe.

Per dare un ultimo esempio del livello di emergenza necessario per mettere in moto i meccanismi istituzionali, ricordiamo la Grande Puzza del primo Ottocento londinese. Nel 1830 Londra era la città più grande e ricca al mondo, ma il suo sistema fognario era letteralmente medievale: chiunque gettava i propri scarti nel Tamigi. La crisi delle feci si accumulò per trent’anni: varie epidemie di colera e un tanfo persistente colpivano i quartieri lungo il fiume, ma il governo dei tempi si limitò a mitigarne gli effetti spiacevoli versando calce nelle acque. Solo quando il fetore raggiunse il Parlamento le istituzioni si decisero ad affrontare la situazione, costruendo un’ambiziosa rete fognaria al costo (per l’epoca esorbitante) di tre milioni di sterline. Il problema fu infine risolto, ma il governo posticipò la decisione finale fino all’ultimo momento utile.

Duecento anni dopo, il problema si ripropone su scala globale. Questa volta temporeggiare non significherebbe solo cattivi odori lungo le strade di città, ma il collasso delle catene di (ri)produzione alimentari, idriche ed ecologiche su scala planetaria. Se sapremo chiedere il conto alle istituzioni prima che la crisi climatica metta in ginocchio la società, sta a noi determinarlo.

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Le elezioni viste dai ragazzi del Climate camp: “Il nostro voto? Va conquistato. Studieremo i programmi, non basta più fingere di ascoltarci”

next
Articolo Successivo

La realtà del fiume Po: un dramma che non ci vede esenti da colpe

next