di Pietro Pipia

Trent’anni dopo la strage di via D’Amelio la ricerca della verità è ancora in corso tra nuove e false piste.
Secondo i giudici della corte d’Assise di Caltanissetta, quello di via d’Amelio rappresenta il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Paolo Borsellino quel 19 luglio 1992 pranza a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si reca con la sua scorta in via D’Amelio, dove vive la madre e la sorella.

Alle 16:58 una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplode.
Non si capisce ancora quanti sono i morti, se ci sono sopravvissuti: in via d’Amelio le fiamme sono ancora alte e i cadaveri delle vittime ancora a terra quando qualcuno si muove tra le lamiere delle auto carbonizzate.

Trent’anni dopo non si conosce ancora l’identità di quegli uomini che si muovevano sul luogo della strage.
Come ignota è rimasta la fine che ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Borsellino, dopo la Strage di Capaci, aveva un solo interesse: scoprire cosa ci fosse dietro la strage di Capaci.

Mio fratello – dice Salvatore Borsellino – continuava a dire ossessivamente: “Devo fare in fretta”.
Borsellino aveva la certezza di morire. Perché? A distanza di trent’anni ci sono ancora troppi perché senza risposta.

Tuttavia non dobbiamo cedere allo sconforto.
Paolo Borsellino ci ha dato una lezione che non possiamo dimenticare e alla quale dobbiamo tenere fede: non ha arretrato neanche davanti a quelle entità talmente forti da farlo sentire impotente sentendosi una sorta di vittima sacrificale.

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