’”L’Africa è la direzione a cui guardiamo da tempo con maggiore attenzione. L’intricata e persistente condizione della Libia; la fragilità di alcuni Stati dell’area sub-sahariana; la presenza di gruppi terroristici; la postura aggressiva, anche militare, di alcuni attori internazionali; i venti di guerra nel Corno d’Africa; il mai sopito problema della pirateria” (il ministro Lorenzo Guerini, intervista sul giornale La Repubblica).

I migranti uccisi a Melilla il mese scorso invece guardavano in direzione dell’Europa. Lo stesso fanno le migliaia che, per salvarsi dall’inferno libico o da altri inferni meno conosciuti, naufragano nel Mediterraneo o sono inghiottiti dalle ‘sabbie mobili’ del Sahara. L’Europa ‘sguarda’ l’Africa con gli occhi dell’Occidente, per dirla col noto romanzo di Joseph Conrad, e forse non potrebbe fare altrimenti.

Anche perché si è scritto che l’Africa avrebbe bisogno dell’Europa per affermarsi e magari entrare, finalmente per alcuni, nella storia (dell’Occidente). In effetti, soprattutto a partire dalla prima guerra mondiale, dalla presenza negli eserciti alleati di militari africani e soprattutto in chiave post-colonizzazione, si affermò nello spirito del tempo il concetto di Eurafrica. Risulta oltremodo istruttivo riesumare l’idea mai del tutto tramontata ma per molti versi ‘censurata’, che la nuova edizione del libro di Hansen et Jonsson Eurafrica, pubblicato nel 2014, ricorda. Con tanto di cartine geografiche, grafici e zone di influenza tra Europa e Africa da parte degli stati europei in fase di decolonizzazione, viene assunta come ‘naturale’ una storia comune tra i due continenti. Il luogo da dove partono le linee ‘verticali’ e dove vi tornano è comunque sempre e solo l’Europa, la ‘testa’ del corpo politico-geografico del nuovo continente.

“L’espressione ‘continente verticale’ indica l’interconnessione profonda tra Europa, Mediterraneo e Africa: tre aree interessate da sfide comuni che vanno affrontate con soluzioni condivise. L’Italia può e deve svolgere un ruolo di ponte su cui far passare una collaborazione tra continenti sempre più stretta… sta al nostro Paese affermarsi quale partner credibile e affidabile dei Paesi africani. Sappiamo farlo, dobbiamo farlo” (il ministro degli Esteri Luigi di Maio, sul giornale Avvenire).

I naufraghi abbandonati nel Mediterraneo, il finanziamento della guardia costiera libica, l’esternalizzazione delle italiche frontiere nel deserto del Niger sono alcune delle espressioni più nitide del ‘ponte’ a cui fa allusione il ministro degli Esteri. Altri ‘ponti’ di questo tipo sono costituiti, ad esempio, dalle presenze armato-umanitarie dell’operazione dei militari italiani denominata Misin e la creazione, ormai in fase avanzata, di una base militare alla periferia della capitale Niamey. Sempre nell’ottica del ‘ponte’ e per il principio di reciprocità, si potrebbe ipotizzare la costruzione di una base militare nigerina alla periferia di Roma, ad esempio, per contrastare le attività mafiose del Paese.

Il libro citato ricorda che alla base dell’Eurafrica, nel contesto della decolonizzazione dei vari imperi occidentali e nella scelta dell’Africa come partner, vigevano tre principi guida. Uno spazio per ‘ospitare’ la popolazione europea in eccedenza (la migrazione di europei), le risorse minerarie strategiche (per l’industria europea) e nuovi mercati in grado di sviluppare il neocontinente. A questo si aggiungeva pure la risorsa di vitalità e di futuro che il continente africano avrebbe potuto offrire alla ‘vecchia Europa’, esangue dalle due guerre e da irrimediabili divisioni nazionalistiche.

Tutto o quasi era già stato detto. Quanto si vive oggigiorno nelle relazioni euroafricane trova riscontro nelle auto avverate ‘profezie’ citate in funzione del ‘Continente Verticale’. In fondo aveva una qualche ragione l’attivista e dottore in psichiatria Frantz Fanon, citato in apertura del libro Eurafrica: “Davvero, lo spirito europeo è costruito su una strana fondazione”.

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