Un Premio Strega color arcobaleno. Mario Desiati ha vinto con il suo romanzo Spatriati (Einaudi) la 76esima edizione del più prestigioso concorso letterario italiano. Vestito con un collarino nero da dama settecentesca, un lungo camicione bianco a punta sul davanti, fazzolettino lgbtqplus nel taschino, ombretto azzurro, mascara e soprattutto ventaglio rosa, il 45enne scrittore di Martina Franca ha letteralmente sbaragliato la concorrenza affermandosi con 166 voti ad una distanza siderale dal secondo, Claudio Piersanti con Quel maledetto Vronskji (Rizzoli). Non c’è mai stata gara di fronte a Spatriati che gli “amici della domenica” avevano già eletto da tempo romanzo dell’anno. E quindi la messa in scena tv, tra pioggia inedita e improvvisa con tartine bagnate e mollicce per gli ospiti del Ninfeo, non ha fatto altro che consacrare sia quella che Desiati in diretta ha commentato come “la questione sociale” (da uno scrittore un po’ meno genericità terminologica ce la si aspetta, ndr) irrisolta, ovvero la possibilità per le persone lgbtqplus di mostrarsi come si è al lavoro, in famiglia, in strada, senza rischiare la pelle o l’autolesionismo (tenero il ricordo dell’insegnante trans suicida Cloe Bianco); sia la fluidità programmatica del romanzo “queer” dove la divisione storica e rigida di identità e genere si dissolve e rispecchia in Claudio e Francesca, girovaghi europei ed europeisti degli ultimi decenni del nuovo secolo.

“Lascerò la bottiglia del liquore Strega intonsa e l’aprirò in Puglia in ricordo degli scrittori della mia terra a iniziare da Mariateresa Di Lascia che vinse lo Strega e non potè mai ritirarlo perché morì (Passaggio in ombra, 1995, Feltrinelli ndr) e vorrei aprirla vicino a dove c’è Alessandro Leogrande”, ha spiegato Desiati già in finale allo Strega con Ternitti (Mondadori) nel 2011. Ad ogni modo per il gruppo Mondadori un 2022 con primo, secondo e terzo gradino del podio (terza è Alessandra Carati con E poi saremo salvi). Nulla da fare invece per il terzetto più originale della settina finalista: Veronica Galletta con Nina sull’Argine (Minimum Fax) è ultima con 24 voti; Fabio Bacà con Nova (Adelphi), romanzo che Emanuele Trevi annuncia nella classifica finale nientemeno che come Nina, fa 51; e il pisano Amerighi con Randagi, prima assoluta di Bollati Boringhieri in finale, terz’ultimo con 61. A metà del guado Veronica Raimo con Niente di vero (Einaudi) che ha definito il suo libro in diretta facendo un po’ il verso ad Asia Argento: “Non volevo fare una seduta dall’analista ma una seduta sulla tazza del cesso”.

Con Spatriati, Einaudi arriva così a 16 vittorie avvicinandosi all’ammiraglia Mondadori (24), staccando ulteriormente Bompiani (10), e tornando alla vittoria dopo l’ultima straordinaria affermazione de Le otto montagne di Paolo Cognetti nel 2017. Infine un plauso alla conduttrice della diretta Geppi Cucciari, molto brava negli imprevisti (la pioggia) dove può sfotticchiare l’ospite con le difese un po’ abbassate, ma sempre su un altro pianeta di fronte al monolitismo autoreferenziale dei letterati italiani contemporanei che in un’ora di diretta non sono riusciti a comprendere cosa possa essere l’autoironia.

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