Forse si ricorderà come la campagna più in sordina di sempre. Ad appena una settimana dal voto il dibattito è asfittico, l’interesse pubblico ridotto al minimo, la consapevolezza dei temi in gioco quasi assente. Di manifestazioni di piazza, poi, nemmeno a parlarne. A conti fatti i cinque referendum sulla “giustizia giusta” lanciati da Lega e Partito radicale scontano soprattutto un handicap: nessuno, a partire dai promotori, crede possibile raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto, necessario perché la consultazione abbia effetto. Lo escludono i sondaggi – l’ultimo, di Ipsos, dice che il 12 giugno voterà una quota compresa tra il 27% e il 31% – ma prima ancora il senso comune, in una fase segnata da astensionismo record e fenomeni devastanti come guerra, pandemia e carovita. Eppure, in passato, anche la giustizia è stata terreno di accesi derby politico-ideologici capaci di coinvolgere ampie fasce della popolazione. Stavolta, però, l’estrema tecnicità di tre quesiti su cinque (separazione delle funzioni, candidature al Csm e voto nei consigli giudiziari) e l’impopolarità degli altri due (abrogazione del decreto Severino e limiti alle misure cautelari), insieme alla bocciatura di quelli che avrebbero garantito l’effetto-traino (eutanasia, cannabis e responsabilità dei magistrati) e alla diserzione dalla causa di Matteo Salvini hanno proiettato l’iniziativa verso un flop quasi certo. Che forse – in parte – sarà contenuto nelle dimensioni solo grazie all’election day, che ha accorpato il voto a quello per le amministrative di 980 comuni.

D’altra parte, che la missione non nascesse sotto una buona stella era chiaro già dall’esito della raccolta firme. A maggio 2021 Salvini lancia la campagna in grande stile: martellamento social, dichiarazioni quasi quotidiane e gazebo sparsi in tutta Italia. Sui manifesti il Capitano piazza il proprio volto accompagnato dallo slogan “Chi sbaglia paga!“, un riferimento alla responsabilità civile diretta dei magistrati: non porterà bene, visto che proprio quello sarà l’unico referendum – dei sei proposti – a cadere sotto la scure della Corte costituzionale, che lo dichiarerà inammissibile. I promotori poi incassano subito la defezione di Fratelli d’Italia, il maggiore partito del centrodestra: fiutando l’aria, Giorgia Meloni si sgancia dai quesiti su cautelari e Severino, “figli – dice – più della legittima cultura radicale che della destra nazionale”. Infatti, spiega, “la proposta sulla carcerazione preventiva impedirebbe di arrestare spacciatori e delinquenti comuni“, mentre abrogare la legge sui condannati in Parlamento sarebbe “un passo indietro nella lotta alla corruzione”.

La campagna prosegue tutta l’estate e Salvini, tramite la stampa amica, propaganda numeri trionfali sulle adesioni: a Ferragosto dichiara di aver raggiunto le cinquecentomila firme necessarie per chiedere i referendum e di voler arrivare a un milione. A fine ottobre, quando scade il termine per depositare i moduli in Cassazione, dirà di averne raccolte “tra le 700 e le 750mila” per ogni quesito. Quelle sottoscrizioni, però, non le vedrà mai nessuno. Dopo un po’, infatti, il leader leghista comincia a battere una strada alternativa: domanda ai Consigli regionali “amici” (quelli a maggioranza di centrodestra) di votare i quesiti, in modo da raggiungere le cinque deliberazioni previste dalla Costituzione in alternativa alla richiesta popolare. Ne otterrà nove: la prima Regione ad adempiere è la Lombardia, a cui seguono Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria e Veneto. Così, messo al sicuro il risultato per via istituzionale, le presunte “700-750mila firme” non saranno mai consegnate all’Ufficio centrale per il referendum, provocando la rabbia del Partito radicale e lasciando il forte dubbio che siano mai esistite davvero.

Ad azzoppare definitivamente le speranze dei referendari, a febbraio, arriverà il verdetto della Consulta che boccerà il quesito più “popolare” dei sei, quello che avrebbe introdotto la responsabilità diretta dei giudici. E soprattutto i due referendum promossi dall’Associazione Coscioni su eutanasia legale e cannabis, che – se votati nello stesso giorno – avrebbero fatto raggiungere quasi certamente il quorum. Da quel momento Salvini inizia gradualmente a distaccarsi dalla causa, fino a ignorarla del tutto. Da metà febbraio a inizio maggio l’ex vicepremier non dedica nemmeno un post sui social ai referendum, mentre partorisce decine di lanci d’agenzia ogni giorno sui temi più vari, dalla guerra al catasto alle telecamere negli asili al randagismo. Salvo poi di punto in bianco annunciare una “mobilitazione generale” (mai vista) e tuonare quasi ogni giorno contro una presuntacensura” dei quesiti sui media, dimenticando di non averne parlato per tre mesi. Accanto a lui l’ex ministro Roberto Calderoli che – riscopertosi convinto garantista – ha inaugurato addirittura uno sciopero della fame di pannelliana memoria, e dice di aver già perso quattro chili. Paradossalmente, chi ha fatto parlare di più dei referendum di recente è stata Luciana Littizzetto, che in uno dei suoi ultimi monologhi ha dato voce alla “pancia” di milioni di italiani: “Custodia cautelare, legge Severino, ancora ancora, ma elezione Csm, separazione delle carriere, elezione consigli giudiziari ma che cacchio ne so? Pensate che la mattina sul water leggiamo il manuale di diritto costituzionale?”. “Deve capire che ci sono cose che meritano più rispetto e meno risate”, ha commentato indignato il deputato di Forza Italia Andrea Ruggeri. Il 12 giugno si vedrà che ne pensano gli elettori.

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Referendum giustizia, i cinque quesiti spiegati | 1. Abrogazione del decreto Severino: tornano le porte aperte ai pregiudicati nelle istituzioni

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