Soltanto un italiano su tre, il 12 giugno prossimo, è intenzionato a votare ai cinque referendum sulla “giustizia giusta” di marca-radical leghista (su sei) ammessi dalla Corte costituzionale lo scorso febbraio. A prescindere dall’affluenza, peraltro, la grande maggioranza degli elettori è contraria ai due quesiti più importanti: quello sui limiti alla custodia cautelare e quello sulla cancellazione della legge Severino. A dirlo è un sondaggio dell’istituto Demopolis realizzato a trenta giorni dal voto su un campione di 1.500 intervistati, di cui solo il 30% dichiara di volersi recare ai seggi. È del 56%, invece, la percentuale di coloro che diserteranno le urne, mentre il 14% non ha ancora preso una decisione. Perché la consultazione produca effetto è necessario che vi partecipi il 50% + uno degli iscritti nelle liste elettorali: in caso contrario, il referendum è invalido qualunque sia il risultato. Il quorum dunque appare lontanissimo, nonostante l’accorpamento del voto con le elezioni amministrative previste in quasi mille comuni.

Anche a voler entrare nel merito dei singoli quesiti, le notizie per i promotori non sono buone: ben il 58% degli interpellati si dice contrario all’abolizione del decreto del 2012 voluto dall’ex ministra della Giustizia Paola Severino, che prevede l’incandidabilità e la decadenza dalle cariche elettive per i condannati in via definitiva a una pena superiore ai due anni di carcere. Il sì all’abrogazione raggiunge la maggioranza assoluta solo tra gli elettori della Lega (58%) e di Forza Italia (53%), mentre crolla al 25% tra quelli di Fratelli d’Italia e a percentuali minime tra quelli di Pd (7%) e M5S (4%). Contrarietà netta anche al quesito che vorrebbe eliminare la possibilità di disporre misure cautelari motivandole con il rischio di reiterazione di reatidella stessa specie di quello per cui si procede” (rendendo difficilissimo arrestare sia i colletti bianchi sia tantissimi delinquenti comuni): “appena un terzo” degli interpellati, riporta l’istituto diretto da Pietro Vento, è favorevole alla modifica.

Tra i quesiti sondati, l’unico a raggiungere un gradimento superiore al 50% è quello sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che peraltro è già contenuta – di fatto – nella riforma dell’ordinamento giudiziario approvata alla Camera e in discussione al Senato. Le altre due schede riguardano l’abolizione del numero di firme (piuttosto esiguo) necessario ai magistrati per candidarsi al Csm e l’introduzione del diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari (anch’essa già prevista nella riforma). Nonostante il poco entusiasmo per i referendum, la valutazione del sistema giudiziario da parte dei cittadini è negativa: a bocciarlo sono due terzi degli italiani, il 66%. “Le valutazioni di segno negativo – afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento – raggiungono l’85% tra quanti hanno in corso o hanno avuto nel recente passato un’esperienza diretta in tribunale”.

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