Vecchi (e nuovi) nickname da jet, sensi di colpa generazionali, una tenera storia d’amore tra cinquantenni e un carico di uranio di un nemico senza nome (i russi?) da annientare rischiando la vita. Top Gun: Maverick è il sequel (promesso orami anni fa) piacevole, scattante, dal sudore estetizzante sulla fronte, della matrice cult del 1986 che ci può stare e che non farà male a nessuno. Intanto il peculiare taglio di luce molto spottoso, elevato a potenza dal Tony Scott touch dell’epoca, quello da perenne tramonto californiano che filtra tra ali di aerei e tapparelle è lo stesso di venticinque anni fa. Si dirà: certo è lo stesso centro di addestramento piloti del primo film. Ma i sequel possono pure stravolgere gli originali. E invece il film diretto da Jospeh Kosinski e prodotto da Jerry Bruckheimer – che puntò tutto su Top Gun facendo saltare il banco nell’86 quando nessuno voleva sviluppare l’idea – è una tavola apparecchiata senza troppi scossoni per riattivare e aggiornare la nostalgia dei fan, e aggiungere qualche goccia di glamour da tarda età sul collo del divo Tom Cruise.

E dal capitano di vascello Pete Maverick Mitchell si inizia per spiegare che sulla soglia dei sessanta è “finito” a collaudare jet che devono superare velocità Mach 10 per mantenere i finanziamenti del Pentagono. Una roba da spacconi sorridenti ma molto antigerarchica che comunque gli vale la mansione di istruttore di un gruppo di giovani Top Gun (tranquilli c’è tutto il cucuzzaro politically correct con piloti afroamericani, centroamericani e una donna). Tra questi, però, c’è Bradley Rooster Bradshaw (Miles Teller), il figlio dell’ex amico e collega Goose, morto in volo con Maverick e vero trauma del film dell’86. Due le linee di sviluppo narrative, agili, essenziali, efficaci (script Ehren Kruger, Eric Warren Singer, Christopher McQuarrie): Maverick che incontra la barista madre separata Perry (Jennifer Connelly, scusate, davvero da urlo) e intesse un nuovo filo sentimentale apparentemente interrotto in un passato evocato, mai visto, ma credibile (con gli occhi si recita ancora, per fortuna, anche se mezzo film è sui jet che rischiano di schiantarsi); Maverick che, nonostante gli insegnamenti agli allievi che non sono capre, deve per forza diventare team leader della missione all’apparenza suicida (non alla Mucchio Selvaggio, intendiamoci).

Ecco, la missione. Praticamente è un volo che dopo il decollo dalla portaerei in mare si svilupperà per due minuti e quindici in un intricato pericolosissimo prolungato zig zig a bassissima quota tra montagne innevate, poi richiederà una risalita repentina e subito una discesa con sganciamento di bombe per far saltare un minuscolo deposito di uranio, infine una nuova virata verso l’alto, rapidissima, dove si perdono i sensi come ridere, per poi tornare a cielo aperto evitando ora sì caccia nemici e missili della contraerea. In Top Gun: Maverick gli ingredienti di genere vengono mescolati con un timer preciso in tasca, ma anche con equilibrio naturale e classe cristallina per rendere il blockbuster non troppo sbilanciato sull’evoluzione acrobatica dei jet (la sempiterna inquadratura frontale dei piloti non stucca, per dire) ma diffuso sul resto del discorso umano ed emotivo dei singoli personaggi in scena.

Lo scontro/abbraccio Maverick-Rooster non possederà la forza travolgente della memorabilia, ma sta onorevolmente in piedi nel suo sottile malinconico richiamo etico e intimo da franchise. Più interessante la liaison sentimentale e fisica tra Cruise e Connelly con questo ironico e struggente alludere ad un rapporto “vorrei ma non posso” dove l’espediente metafora della porta di casa lasciata silenziosamente aperta da Penny/Connelly (finalmente si va a letto insieme, entra pure Tom) sfuma l’esposizione dei dettagli pruriginosi delle star. Cruise, tra l’altro, nella scena post rapporto sessuale, appare a mezzo busto nudo sotto al lenzuolo, mentre Connelly è incamiciata come se vivesse nel Montana e non sulla costa del Pacifico. Infine, il film diretto da Kosinski non difetta di quella impercettibile soffusa dose di ironia in dialoghi e situazioni (segnaliamo, il primo atterraggio di fortuna di Cruise tra i campagnoli o la fuga finale di Maverick e Rooster come esempio riuscito alla buddy movie) in modo da non far sganciare mai lo spettatore dalla poltroncina al grido di un impaurito “eject, eject, eject”. Titolo nostro di coda la non propria centratissima apparizione del povero, menomato Val Kilmer “Iceman”. Si poteva fare qualcosina di più, giusto in quel lembo di discorso da lacrima che però non tracima. Tra i credits musicali, proprio in fondo in fondo a fine film, c’è anche un brano di Lady Gaga. In sala dal 25 maggio.

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