Stili di vita più sobri, mobilità sostenibile, raccolta differenziata, spesa intelligente: potremmo parlare di tutto questo nella giornata mondiale della Terra, oggi 22 aprile, se non apparisse grottesco alla luce della guerra in Ucraina. E non perché la sostenibilità, e soprattutto gli obiettivi climatici, non restino assolutamente fondamentali, al contrario di chi va gridando penosamente che la guerra ha mostrato il fallimento dell’ambientalismo o di chi, approfittando sempre del conflitto, chiede che non si tolgano i sussidi alle fonti fossili.

No, occuparsi di differenziata oggi appare paradossale perché la terra è ferita da un conflitto devastante sotto tutti i punti di vista: umano, anzitutto, alimentare poi – con il rischio concreto di affamare una parte delle popolazioni, specie africane, dipendenti dalle coltivazioni di Kiev – ma anche ambientale, visto che le guerre distruggono tutto ciò che trovano e incrementano emissioni tossiche e soprattutto climalteranti.

Ma la pace e la guerra sono connessi al tema dell’ambiente, e dunque alla giornata di oggi, anche perché è stato proprio il conflitto che ci ha reso evidenti le scelte dissennate sulle rinnovabili fatte negli anni passati e la nostra drammatica dipendenza energetica. Che Draghi e i suoi ministri vadano in giro per il mondo a cercare accordi per il gas è qualcosa che ha a che fare con la nostra mancata transizione ecologica e che dunque andrebbe intrecciato al tema della crisi climatica e su come affrontarla. Invece l’affannosa ricerca di gas del governo, che tra l’altro non ha certo messo paletti di democrazia rispetto alle nuove forniture, appare qualcosa di ovvio e soprattutto altro, che viene derubricato sotto il cappello della cronaca politica o della politica estera.

Insomma, ad esempio sulla stampa, con la guerra sta accadendo ciò che accadeva prima, quando si separavano con cura articoli e inserti sul clima da articoli sulle scelte di politica energetica ed economica (come i sussidi ai veicoli non ecologici), e si usava l’emergenza sociale come pretesto per rallentare la transizione. Oggi invece, si separano accuratamente reportage e interviste su agricoltura sostenibile e rinnovabili, spesso contenute inserti bucolici dai colori verdi e azzurrini, dalla cronaca di guerra e dalle scelte politiche sul guerra, al massimo usate, appunto, per dimostrare che in questo momento la transizione ecologica è impossibile.

Invece è vero il contrario: la transizione ecologica oggi è ancora più urgente, lo si vedrà quest’estate quando alzare la temperatura del condizionatore si rivelerà la barzelletta che è (anche solo per il fatto che si è deciso di risparmiare energia solo per la guerra e non per la crisi climatica). La guerra sta aggravando la crisi climatica in maniera che non sappiamo ancora quantificare, ma che forse potrebbe essere letale per il pianeta, anche per la crisi alimentare che sta, come detto, provocando.

Per questo non ci può essere nessuna difesa dell’ambiente se si sposa la linea della guerra e dunque anche quella dell’invio delle armi all’Ucraina, che ad oggi come unico, evidente effetto, ha provocato una cronicizzazione della guerra e una continua corsa al riarmo, che i giornali pro conflitto danno come una notizia incredibile quando è solo l’ovvia conseguenza dell’armare chi è stato tragicamente aggredito.

La terra è una sola ma non l’abbiamo ancora capito. E perciò il vero pensiero ambientalista è quello che sa pensarla davvero in maniera unica, legando insieme tutto ciò che accade. Non esistono infatti diversi pianeti, quello su cui c’è la guerra in Ucraina, quello su cui si fa la transizione energetica, quello su cui si fanno crescere i consumi e il Pil senza pensare alle conseguenze in termini ambientali. Tutti questi aspetti sono intrecciati e circolari. Non solo la guerra devasta l’ambiente ma anche – per non dimenticare un altro, fondamentale, filo rosso che lega guerra e ambiente – la crisi ambientale e la scarsità di risorse genera nuove guerre, il cui numero e la cui violenza saranno direttamente proporzionali agli effetti del riscaldamento globale.

E allora chi non sa legare tutti questi aspetti, tenendo insieme la complessità, non può definirsi né un vero statista, né tantomeno un intellettuale. Né, sicuramente, un ecologista, perché ecologismo e pacifismo sono, senza alcuna retorica, due facce della stessa medaglia.

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