Dell’enorme quantità di rifiuti che l’Europa rilascia ogni anno nei mari (fra i 307 e i 925 milioni) l’82% è plastica. E ancora: nello stesso arco di tempo nel mondo vengono abbandonati tra i 9 e i 12 milioni di tonnellate di plastica, 229mila solo nel Mediterraneo (ma secondo alcune stime si arriva fino a mezzo milione). Le contromosse? La scorsa settimana la Commissione Ambiente della Camera ha approvato la legge Salvamare e da cinque anni l’11 aprile è dedicato alla Giornata del mare e della cultura marinara. Anche Papa Francesco ha affrontato la questione: “Gettare la plastica in mare è criminale” ha detto durante una recente intervista a ‘Che tempo che fa’. Si tratta di passi in avanti.

L’inquinamento da plastica nel Mar Mediterraneo – Delle circa 229mila tonnellate di plastiche riversate ogni anno nel Mar Mediterraneo (come se ogni giorno 500 container scaricassero in acqua il loro contenuto), più della metà proviene da soli tre Paesi: il 32% dall’Egitto, 15% dall’Italia e 10% dalla Turchia. Come raccontato in un recente dossier realizzato dal Wwf, in collaborazione con l’Istituto Alfred Wegener per le ricerche polari e marine (AWI) e nel quale si analizzano oltre 2.590 studi sull’inquinamento da plastica negli oceani, il Mar Mediterraneo è tra le aree che hanno già superato la soglia massima tollerabile di inquinamento da plastica oltre la quale esiste un rischio ecologico significativo, ossia 120mila oggetti per metro cubo. È stato calcolato, infatti, che tra il 21% e il 54% di tutte le microplastiche globali si trova proprio nel Mar Mediterraneo, mentre nelle acque del Mar Tirreno se ne trova la più alta concentrazione mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato. Fonti principali della plastica dispersa sono le attività costiere e una gestione inefficiente dei rifiuti, che peggiora ulteriormente in estate per l’aumento dei flussi turistici e delle relative attività ricreative. Seguono (con il 22%) le attività in mare con pesca, acquacoltura e navigazione che disperdono nasse, reti, cassette per il trasporto del pesce.

Il decreto Salvamare – I pescatori, però, possono anche rappresentare una risorsa. Come ricorda Greenpeace, ad oggi ad ogni battuta di pesca i rifiuti in plastica raccolti (anche fino al 50 per cento del pescato) vengono spesso ributtati in mare. “Gli addetti ai lavori non sono incentivati a recuperarli e a portarli a terra in modo da poterli avviare a smaltimento” spiega l’associazione, perché se li portassero nelle aree portuali ne diverrebbero automaticamente i ‘produttori’ e dovrebbero farsi carico degli oneri per il loro trattamento. Il testo della legge ‘Salvamare’, classificando i rifiuti pescati in mare come rifiuti solidi urbani, ha l’obiettivo di consentire ai pescatori di portare e conferire a terra quelli che recuperano in mare, nei fiumi, nei laghi o nelle lagune, senza doverne sostenere i costi di smaltimento e promuovere il riciclo dei materiali in questo modo ‘pescati’. In attesa dell’approvazione definitiva di questa norma, il cui iter parlamentare è iniziato da diversi anni, diverse realtà locali hanno avviato progetti pilota di fishing for litter (pesca dei rifiuti) che coinvolgono i pescatori, sulla scia di quanto già messo in atto in alcune nazioni del nord Europa. Anche dopo l’approvazione, però, la legge non potrà ripulire il mare da sola. Oltre alla necessità di varare, entro sei mesi, un decreto del ministero della Transizione ecologica che favorisca il riciclo della plastica e degli altri materiali recuperati in mare, stabilendo criteri e modalità per cui questi rifiuti cessano di essere classificati come tali, la legge dovrà essere accompagnata da meccanismi rigorosi di responsabilità estesa del produttore per gli strumenti da pesca e da programmi di sostituzione con alternative meno impattanti per le tipologie di materiali impiegati.

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Carrelli di plastica | ‘Non tutto il mare è perduto’: viaggio nelle meraviglie d’Italia, tra danni dell’uomo e possibili soluzioni

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