“Mi pare che le dichiarazioni del Papa siano state molto contraddittorie. Dapprima ha preso posizioni filorusse; poi, forse anche a causa delle critiche che gli sono state mosse da dentro la Chiesa, ha cambiato posizione, iniziando a parlare di ‘aggressione’, pur senza mai nominare la Russia. Alla fine sembra essersi attestato su una posizione di generica condanna della guerra e del riarmo”. È il pensiero di Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del Corriere della Sera, che, in un’intervista a Libero, punta il dito contro Papa Francesco reo, a suo giudizio, di non aver preso le distanze dal presidente russo Vladimir Putin in modo netto fin dall’inizio della guerra in Ucraina. Un’accusa peraltro condivisa anche in una parte, più o meno consistente, del mondo cattolico del Paese vittima dell’aggressione armata di Mosca.

Se è vero che Bergoglio non ha finora mai citato esplicitamente Putin, è vero anche che recentemente ha usato parole chiarissime nei suoi confronti, affermando che “mentre ancora una volta qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti, provoca e fomenta conflitti, la gente comune avverte il bisogno di costruire un futuro che o sarà insieme, o non sarà”. Così come eloquenti sono stati i due nuovi appelli del Papa per la fine del conflitto: “La logica della guerra si è imposta un’altra volta, perché non siamo più abituati a pensare nella logica della pace. Siamo testardi, siamo innamorati delle guerre, dello spirito di Caino”. E l’altro: “Bisogna piangere sulle tombe. Non ci importa della gioventù? Sono addolorato per ciò che succede oggi. Non impariamo. Che il Signore abbia pietà di noi, di tutti noi. Tutti siamo colpevoli”.

Un’interpretazione, quella di Galli della Loggia, che non trova per nulla d’accordo l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti. “Il Papa filo russo o filo ucraino? Qui – spiega il presule a ilfattoquotidiano.it – c’è un aggressore e un aggredito e su questo non ci piove. Nessuno, men che meno il Pontefice e la Santa Sede, sta dicendo che Putin non sia l’aggressore e nessuno sta negando che Zelenskyi sia l’aggredito. Però tra i due popoli, tra i due capi di Stato ci sarebbe voluta una forza di intermediazione o interposizione non violenta, non armata, anzi disarmante nel dire all’uno fai tacere le armi e all’altro non rispondere con le armi. È come quando ci interponiamo tra due litiganti. Che cosa diciamo a chi ha prodotto la lite? Fermati, calma con le parole e non alzare le mani. E all’aggredito cosa diciamo? Calma, parliamo, ma certo non gli do l’arma né della parola, né quella concreta. Io credo che questo sia ciò che manca oggi: la mediazione. L’Europa è già stata tagliata fuori. Politologi molto più esperti di me stanno parlando del fallimento dell’Europa che non è capace oggi di dire ai due belligeranti, riconoscendo le responsabilità dell’uno e dell’altro, fermatevi, mettiamoci attorno a un tavolino e ragionate. Vi aiutiamo a ragionare”.

Per monsignor Ricchiuti “la posizione della Chiesa sulla pace è sempre stata coerente. Basta leggere la Pacem in terris di san Giovanni XXIII, la dottrina sociale della Chiesa cattolica e le varie posizioni dei pontefici di questi ultimi decenni, da san Paolo VI a san Giovanni Paolo II a Benedetto XVI. E poi soprattutto come è possibile che uno Stato possa investire in armi quando la priorità non può continuare a essere la preoccupazione degli armamenti. Qualcuno ha osservato che l’articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra. Credo che se uno ripudia la guerra come soluzione del conflitto, non sarebbe necessario nemmeno l’esercito. Comunque i tempi, almeno in Italia, non sono maturi. Qualche nazione lo ha fatto come il Costa Rica che ha abolito l’esercito”.

Twitter: @FrancescoGrana

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