Pubblichiamo l’articolo ‘I 33 processi contro Pasolini – il capro espiatorio’, firmato da Nanni Delbecchi e uscito in edicola il 12 febbraio con il numero Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez

“Che cos’è il successo?” In un’intervista televisiva degli anni Settanta rintracciabile su YouTube, Enzo Biagi lo chiede a Pier Paolo Pasolini. “Il successo… è l’altra faccia della persecuzione” risponde il poeta, scrittore e regista all’apice della fama. Sembra un’iperbole letteraria, per quanto amara, invece è una confessione da prendere alla lettera, da riferire alle disavventure giudiziarie vissute da Pasolini da vent’anni a quella parte. “Il Libro Bianco delle sentenze/ stilato contro di me/ dalla magistratura italiana sarà il libro più comico/ Per me è stato una tragedia”. Così aveva messo in versi il diretto interessato, e la profezia si avvera nello sfogliare Il libro bianco di Pasolini a giorni in uscita per la Compagnia Editoriale Aliberti. A cento anni dalla nascita e 45 anni dopo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione e morte firmato da Laura Betti (Garzanti, 1977), i curatori del Libro bianco Francesco Aliberti, Alessandro Di Nuzzo e Enzo Lavagnini hanno raccolto le denunce, gli atti, le difese e le sentenze dei processi intentati contro PPP. Ne emerge un ritratto spaventoso della società italiana degli anni Sessanta e Settanta, “l’Italietta piccolo borghese, fascista, democristiana, provinciale” di cui Pasolini è stato prima la bestia nera, poi il capro espiatorio.

Sono 33 i procedimenti a cui Pasolini è stato sottoposto in vita; ma, come ha osservato Stefano Rodotà, si è trattato in realtà di un unico, ininterrotto processo durato vent’anni “sempre con lo stesso oggetto e finalità: mettere in dubbio la legittimità dell’esistenza di una personalità come Pasolini nella società e nella cultura italiana”. Ne parliamo con Renzo Paris, amico, sodale e allievo di PPP come tanti giovani poeti di quegli anni («Ci raccomandava sempre di stare alla larga dalle avanguardie»), che a propria volta sta per pubblicare per Einaudi Moravia e Pasolini. Due volti dello scandalo («Non erano mai d’accordo su nulla, ma forse proprio per questo sono stati così amici»). Ancora oggi Paris fatica a capacitarsi di tanta ostinazione persecutoria, di cui pure non gli sfugge la logica: «È incredibile come un uomo dolce e garbato, quale Pier Paolo era nei modi, sia riuscito a toccare i nervi scoperti di quell’Italia. Intanto era comunista, e allora i comunisti erano molto odiati non solo dai fascisti, ma anche dalla cosiddetta maggioranza silenziosa, e l’odio silenzioso è il peggiore di tutti. Poi era un intellettuale, status che in Italia ha sempre destato più sospetto che ammirazione. Poi era omosessuale, e anche questo ha contato molto. Forse più manifestarlo pubblicamente che esserlo in sé; quelli erano anni in cui i gay dovevano vivere la loro diversità nella vergogna».

VOLANTINI FASCISTI – Intellettuale, comunista e omosessuale: più diverso di così non poteva essere. E come se non bastasse, invece aveva successo, e insomma, bisognava fargliela pagare. «Il successo fu grande e arrivò sia con il primo romanzo, Ragazzi di vita, sia con il primo film, Accattone, che secondo me è anche il suo capolavoro; e puntuali arrivarono anche i primi processi per oscenità. In particolare, Ragazzi di vita fu oggetto di una vera e propria campagna di odio. Mi ricordo che andavo al Liceo Mamiani e capitava che all’entrata ci fossero dei militanti di Ordine Nuovo che distribuivano volantini dove erano riprese alcune delle parolacce gergali usate da Pasolini nel suo romanzo. Poi, sotto c’era scritto in grande “Questa è la cultura dei comunisti!”».
Oscenità, vilipendio della religione, favoreggiamento, addirittura rapina a mano armata; sfogliando Il libro bianco, si rimane colpiti sia dalla varietà dei reati ascritti, sia dalla non meno variopinta compagnia degli scandalizzati accusatori; celebri magistrati e pubblici ministeri, pretori di provincia, privati cittadini, associazioni, l’Azione Cattolica (Una vita violenta), i frati francescani (I racconti di Canterbury), l’Associazione Nazionale Alpini (Salò o le 120 giornate di Sodoma). Di fronte a un simile coro di voci bianche viene da chiedersi come Pasolini vivesse tutto questo, se non ci fosse anche una sorta di consapevolezza o addirittura di orgoglio del martirio. «Lo escludo. Per Pier Paolo la persecuzione giudiziaria è stata motivo di costante dolore e ancor più di solitudine, ci sono delle lettere in cui confessa di sentirsi terribilmente solo davanti a tutto quell’odio. Poi non dimentichiamo i costi di questi processi, quanto ha dovuto pagare anche di tasca sua per difendersi». Tra i tanti, un processo particolarmente esemplare è quello nei confronti de La ricotta, splendido e feroce episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G., in cui un sottoproletario di nome Stracci interpreta il ruolo del ladrone crocefisso accanto a Gesù in un ipotetico kolossal ispirato alla Passione, e finisce per morire sul serio di indigestione durante le riprese.

MAGISTRATURA OTTUSA – L’accusa è per vilipendio alla religione di Stato “per aver dileggiato la figura e i valori della Passione di Cristo con commento musicale, mimica, dialogo e altre manifestazioni sonore, nonché tenendo per vili simboli e persone della religione cattolica”. Dagli atti di questo processo, dove il pm Di Gennaro volle visionare alla moviola le parti incriminate del piccolo capolavoro inquadratura per inquadratura, si ricava un’assoluta ottusità degli inquirenti, e si capisce come Pasolini sia stato ancora più incompreso come poeta che odiato come uomo. «Incompreso come poeta, certo, e anche come uomo di profonda religiosità. Era un comunista ateo, ma aveva un atteggiamento religioso nei confronti della vita. Per lui ogni mattino era il primo mattino del mondo. Aveva la meraviglia di vivere, cosa che oggi si è persa, e credo che pochi siano stati affezionati alla vita quanto lui. Nella Ricotta emergono anche una straordinaria pietà e amore nei confronti degli ultimi. In definitiva, la cosa più giusta a proposito dell’assurdo processo alla Ricotta l’ha detta Moravia, quando scrisse che bisognava accusare di vilipendio alla religione il pubblico ministero». Sempre nel campo minato della produzione cinematografica, un altro processo chiave è quello a Teorema, presentato alla turbolenta Mostra del cinema di Venezia del 1968. Ancora una volta, accusa di oscenità con relativo sequestro del film appena arrivato nelle sale. «Il rapporto di Pasolini con il Sessantotto è proverbiale, a partire dalla celebre poesia sugli scontri di Valle Giulia, dove il plurindagato Pasolini si schiera dalla parte dei poliziotti. Ma in Teorema, radicale atto di accusa contro la borghesia, torna pure il problema della religione, visto che il misterioso Ospite viene rappresentato come una divinità per tutta la famiglia, una sorta di Messia, per quanto si tratti di un Messia carnale». Un preludio allo sdoganamento del sesso e delle nudità che è al centro della Trilogia della vita… «Sì. Ma qualcosa era cambiato in Pasolini già all’indomani del viaggio in India fatto insieme con Moravia ed Elsa Morante, e lo avrebbe portato ad abbandonare ciò che era stato in precedenza. In politica, avrebbe preso le distanze dall’ortodossia comunista; nei film, avrebbe abbandonato il calco neorealista per entrare in una fase fortemente sperimentale, dove resta l’amore per la vita, ma affiora in parallelo una centralità del sesso che tanto per cambiare incontrò l’opposizione dell’Italietta e del Vaticano. Nulla di strano, a pensarci bene. La potenza del sesso e la gloria del corpo sono quasi assenti dal cinema e anche dalla letteratura italiane, se si esclude la lezione di Pasolini. Anche Moravia ci provava, ma il suo era un sesso funereo». A fare da contrappunto alle accuse di oscenità e vilipendio verso le opere, ci sono poi i procedimenti giudiziari che in quei vent’anni investono l’uomo Pasolini, la sua immagine “maledetta”, il suo stile di vita dove non manca nulla di quello che può scandalizzare “l’uomo medio”. Nella ricostruzione di questi processi Il libro bianco si fa ancora più drammatico, ma lambisce anche il comico, il grottesco, come nell’incredibile vicenda della denuncia per rapina a mano armata partita nel novembre 1961.

L’ASSALTO AL BENZINAIO – Ospite dell’amica Elsa De Giorgi nella sua casa al Circeo, Pasolini esce per un giro in macchina – la Giulietta per cui, lui intellettuale comunista e innamorato del proletariato, era fatto costante oggetto di sarcasmo –, si ferma a una stazione di servizio, scambia quattro chiacchiere con il giovane al bancone del bar e se ne va. Poco dopo, il giovane va dai Carabinieri e denuncia di essere stato fatto oggetto di una tentata rapina a mano armata da un soggetto che identificherà in Pasolini. La cosa è così assurda che si dovrebbe risolvere all’istante in un marchiano errore di persona del denunciante. Eppure Pasolini viene portato in caserma, interrogato, e di passo in passo rinviato a giudizio, giudicato e condannato in un crescendo kafkiano ma all’italiana, tra Kafka e Alberto Sordi. «E qui viene fuori il ruolo della stampa scandalistica, che non ha mai perso occasione per mettere alla gogna il povero Pier Paolo. Nel caso del Circeo c’era un giornalista che stava già là, in agguato, e quando Pasolini è uscito dal bar si è fiondato a intervistare il ragazzo». Nel centenario della nascita, Il libro bianco di Pasolini fa uno strano effetto, di verbale fantasmatico, mentre si assiste al fenomeno opposto: Pasolini santo laico, icona pop di cui tutti vogliono appropriarsi, da destra a sinistra… «Certo, tanto è vero che perfino Giorgia Meloni ha scritto che, nostalgico com’era dell’Italia precapitalista, oggi Pier Paolo si iscriverebbe a Fratelli d’Italia. Io credo piuttosto che rimarrebbe sconvolto nello scoprire quanto lui stesso ha subito la cosa che temeva di più al mondo, l’omologazione. Da perseguitato a beatificato, ma mai veramente capito». Nella Ricotta, un giornalista chiede un’intervista al regista del kolossal (interpretato da un magistrale Orson Welles) durante una pausa delle riprese. Domanda: “Che cosa ne pensa della società italiana?” Risposta: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Una diagnosi che non ammette repliche; lei, Paris, crede che sia ancora vera? «Magari. Adesso la situazione è molto peggiorata, il livello è sceso. Il popolo non c’è quasi più, è diventato un algoritmo, mentre la nostra borghesia è in pieno analfabetismo funzionale». E questo nonostante la canonizzazione di PPP… «Sì, ma canonizzazione fino a un certo punto. Nelle serate che ho fatto in tutta Italia qualche anno fa per presentare il mio libro Pasolini, ragazzo a vita, prima o poi c’era sempre qualcuno che alzava la mano e diceva “Sì, sì, però Pasolini era frocio”. Se gratti la vernicetta, la pancia dell’Italietta anni Cinquanta salta sempre fuori. Mi ricordo di una preside che si alzò in piedi e disse: “Nelle mie aule un frocio non entrerà mai!”».

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