L’indicazione arrivata da Enrico Letta, che ha definito il salario minimo “una delle priorità” del Pd, dà la sponda al Movimento 5 Stelle per chiedere che i dem sostengano al Senato il disegno di legge del M5S a prima firma Nunzia Catalfo. In base al quale l’asticella va fissata a 9 euro lordi all’ora. E’ “l’occasione per sgombrare il campo da dubbi e convergere sul nostro ddl”, ha commentato il leader M5s Giuseppe Conte. Ma che il supporto teorico a una misura contro il lavoro povero si traduca in appoggio a quel testo sembra assai improbabile: il “campo largo” che va dal Partito democratico fino alla Lega finora si è opposto alla fissazione di un minimo per legge. I dem negli emendamenti presentati in commissione chiedono che la soglia sia stabilita da una commissione guidata dal presidente del Cnel, come previsto dalla vecchia proposta di Tommaso Nannicini.

I 9 euro lordi, cifra intermedia tra il 50% del salario medio e il 60% del salario mediano, posizionerebbero in effetti l’Italia ai primi posti in Europa nonostante una produttività del lavoro in continuo calo. Le imprese dovrebbero sostenere costi notevoli, ma alcuni economisti che studiano i meccanismi dietro il funzionamento delle economie capitalistiche hanno evidenziato che salari troppo bassi non fanno che alimentare un circolo vizioso incentivando le aziende a puntare su produzioni a basso valore aggiunto: al contrario, aumentare i salari minimi spinge ad adottare modelli produttivi più efficienti. Più che economica, dunque, la questione è politica.

Il centrodestra è fortemente contrario – secondo la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini “creerebbe un cortocircuito tale da mettere in ginocchio interi comparti economici” – così come parte del sindacato. Pochi giorni fa il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra ha sostenuto che “rischia di determinare un’uscita dal perimetro della contrattazione per milioni e milioni di persone” e “verranno meno tutele importanti per la vita dei lavoratori e delle lavoratrici che solo il contratto, con la legge, è nella condizione di garantire”. Anche se la proliferazione dei contratti pirata dimostra come, senza una legge sulla rappresentanza, un alto livello di contrattazione collettiva possa addirittura contribuire al fenomeno del lavoro povero. Allo stesso modo, va detto, il salario minimo orario da solo non è sufficiente per rimediare all’emergenza del lavoro povero, che dipende anche da un eccesso di part time involontari: se le ore lavorate sono pochissime, alzarne il “valore” può non bastare per ridurre l’incidenza dei working poor.

Come è noto, tra i 27 Paesi europei solo Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia non hanno un minimo legale. Il governo spagnolo ha appena approvato in Consiglio dei ministri l’aumento del livello minimo, a partire da gennaio 2022, da 965 a 1.000 euro lordi al mese. “Aiuterà due milioni di persone, soprattutto donne e giovani” ha scritto su Twitter il premier Pedro Sanchez. A livello europeo è atteso nei prossimi mesi il varo di una direttiva sulla questione. Il testo approvato a inizio dicembre dal Consiglio Ue è decisamente al ribasso rispetto alle proposte della Commissione. I Paesi con alti livelli di contrattazione collettiva, come l’Italia, non saranno tenuti ad introdurre un minimo per legge.

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