Il loro primo disegno di legge prevedeva di fissare il salario minimo a 9 euro netti per tutti i lavoratori, ignorando di fatto il ruolo dei sindacati nel mercato del lavoro. Ma ora, dopo la vittoria alle primarie di Nicola Zingaretti, il Partito democratico ha deciso di correggere il tiro. Il nuovo ddl depositato in commissione Lavoro dal senatore Tommaso Nannicini, infatti, mira ad applicare a tutti i lavoratori i tabellari previsti dai quei Contratti collettivi nazionali che sono stati firmati solo dai sindacati più rappresentativi. Rappresentatività che andrà misurata da un’apposita commissione da istituire presso il Cnel, con i tempi lunghi che si possono immaginare.

Viene scartata, quindi, l’idea di una paga oraria fissata per legge, in favore di una regolamentazione nazionale della contrattazione e lo stop al proliferare dei contratti pirata. Un “salario minimo di garanzia” sarebbe previsto solo per i lavoratori non coperti dai Ccnl, come i rider. Così il Pd punta a recepire le richieste dei sindacati e insegue il Movimento 5 stelle andando persino oltre la sua proposta, che prevede un salario minimo a 9 euro lordi ma rispettando i confini della contrattazione collettiva. “In realtà il nostro nuovo testo è complementare al precedente, perché insieme propongono una visione organica di riforma delle relazioni sindacali. Ci stiamo lavorando da molto tempo, non è un progetto voluto solo da Zingaretti o dai sindacati”, spiega Nannicini a Ilfattoquotidiano.it. “Questa mi sembra una proposta che interviene sulla normativa sui contratti collettivi, ma non la si chiami salario minimo”, è il commento del vicepremier Luigi Di Maio.

Cosa prevede il nuovo ddl del Pd
L’idea alla base della nuova proposta dei dem è quella di dare più forza ai contratti collettivi stipulati dai sindacati, purché questi siano i “più rappresentativi sul piano nazionale”. Così tutti i datori di lavoro saranno obbligati a rispettare i minimi tabellari fissati per ciascun settore, pena una multa dai mille ai 10mila euro. Per capire quali siano i sindacati più rappresentativi, però, il disegno di legge prevede l’istituzione di una Commissione ad hoc presso il Cnel. I membri, designati dalle associazioni di categoria e nominati dal governo, avrebbero il compito di stabilire “i criteri di misurazione e certificazione della rappresentatività” dei sindacati e dei datori di lavoro e di individuare i contratti collettivi di riferimento per ciascuna categoria di lavoratori. Solo per chi rimane scoperto dai Ccnl (ad esempio gli addetti della gig economy), la stessa Commissione sarebbe chiamata a fissare un salario minimo di garanzia.
L’obiettivo, quindi, è quello di ridurre gli oltre 900 contratti nazionali attualmente esistenti, molti dei quali sottoscritti da sindacati scarsamente rappresentati e con paghe bassissime, e vincolare i datori di lavoro al rispetto dei salari previsti dai contratti nazionali principali. Da qui l’ulteriore proposta di attribuire “un codice alfanumerico a ciascun contratto o accordo collettivo” e di integrarlo presso l’Inps nelle “denunce retributive e contributive individuali mensili”. L’ultimo articolo del ddl prevede infine di istituire nelle imprese con più di 300 lavoratori un Comitato consultivo formato sia da dipendenti che da dirigenti, a cui affidare il compito di fare proposte in caso di cessazione, fusione o trasferimento dell’azienda, e nel caso di cambiamenti alle attività produttive.

Il confronto con la proposta del M5s
Con questa mossa a sorpresa il Partito democratico cambia le carte in tavola in commissione Lavoro e punta ad andare oltre sia al precedente ddl voluto dal senatore dem Mauro Laus, sia a quello del Movimento 5 Stelle depositato nel luglio 2018 a prima firma Nunzia Catalfo. Entrambi i testi prevedevano una paga oraria di 9 euro (netti nel primo caso, lordi nel secondo), ma solo la proposta dei pentastellati aveva l’obiettivo esplicito di sostenere “l’attività di regolazione del mercato del lavoro liberamente compiuta dalle parti sociali, che sono le autorità salariali più idonee allo svolgimento del compito, senza sostituirsi ad essa”. Questa posizione ora viene ulteriormente rafforzata nel nuovo ddl del Pd, in una sorta di inseguimento politico fra le due forze, e non è chiaro se permetterà di trovare una convergenza in Parlamento. Non è un caso, se si pensa che il 4 marzo scorso il ministro Di Maio aveva lanciato un appello a Zingaretti per votare insieme l’introduzione del salario minimo in Italia. Appello a cui il neosegretario dem aveva risposto dichiarando che i processi politici come questo “non si fanno con le furbizie”. La presentazione del nuovo testo, quindi, fra i cui firmatari compare anche il senatore Antonio Misiani (coordinatore del programma di Zingaretti), alza ancora una volta l’asticella del confronto.

Nannicini al Fatto.it: “Riformiamo le relazioni sindacali. Siamo pronti al dialogo”
“Il Partito democratico vuole il salario minimo, su questo non c’è dubbio. È previsto nel nostro programma, così come in quello dei 5 stelle e nel contratto di governo”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Tommaso Nannicini, primo firmatario del nuovo ddl e membro della commissione Lavoro del Senato. “Noi vogliamo che si applichi a quei lavoratori che sono fuori dalla contrattazione, ma per farlo bisogna rafforzare anche il ruolo degli stessi sindacati”. Come? “Mettendo nero su bianco dei criteri oggettivi e univoci per misurare la rappresentatività di chi firma i Ccnl che poi valgono per tutti i lavoratori”, aggiunge il senatore. “Per chi ne è escluso, invece, la nostra proposta prevede che si istituisca una Commissione per decidere un salario minimo di garanzia. Meglio se la cifra è flessibile, senza irrigidirla in una legge che poi è difficile modificare”. Nel ddl precedente, però (quello proposto da Laus), si parlava di una soglia minima di 9 euro. Secondo Nannicini non c’è contraddizione, perché “i due testi devono essere considerati come complementari: il Pd ha messo in fila tutti gli strumenti per affrontare la questione delle relazioni sindacali. Ora sta alla maggioranza decidere da quale testo partire e se c’è disponibilità al dialogo. Noi siamo pronti”. Rispetto all’ipotesi che il nuovo disegno di legge sia stato ispirato dal neosegretario Zingaretti, invece, il senatore spiega che “si tratta di un mito da sfatare. La proposta è stata depositata molte settimane fa, abbiamo aspettato a chiudere le bozze solo per capire chi avrebbe firmato. Nel frattempo sia il segretario che noi della commissione Lavoro abbiamo incontrato le parti sociali. E alla fine abbiamo deciso di firmare il ddl all’unanimità in commissione”.

Di Maio: “Il Pd fa retromarcia”. I deputati dem: “Indisponibilità del suo ministero”
Raggiunto dai giornalisti durante la sua visita al Salone internazionale del Mobile di Milano, il vicepremier Di Maio ha commentato così la nuova proposta del Pd sul salario minimo: “Il Partito democratico, dopo che ha proposto di aumentare gli stipendi dei parlamentari come prima proposta dell’era Zingaretti, poi di ricostituire i vitalizi, poi una patrimoniale, adesso fa retromarcia sul salario minimo. A me sembra il vecchio Pd rinato un po’ stanco”. Non la pensano così alcuni deputati dem, fra cui Debora Serracchiani, i quali hanno presentato un’interrogazione parlamentare rivolta allo stesso Di Maio. “Per dare corpo e sostanza alla nostra nuova proposta sul salario minimo, occorre che il ministero del Lavoro elimini quelle ‘perplessità e indisponibilità’ che dal luglio scorso impediscono il perfezionamento della convenzione sottoscritta da Inps, Ispettorato nazionale del lavoro, Confindustria e Cgil, Cisl, Uil, finalizzata proprio alla certificazione della rappresentanza delle organizzazioni sindacali per la contrattazione collettiva nazionale di categoria”.

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