Mentre il governo Draghi si appresta a varare una manovra che dedica almeno un terzo delle risorse disponibili al taglio del cuneo fiscale, in Parlamento riparte la discussione sul salario minimo. La commissione Lavoro del Senato ha iniziato l’esame della nuova proposta di legge sul salario minimo depositata al Senato la scorsa primavera dalla senatrice M5s ed ex ministra Nunzia Catalfo, che il primo ddl in materia l’aveva presentato già nel 2014. I punti chiave? Per essere “sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”, come prevede la Costituzione, la retribuzione non può essere inferiore a quella prevista dal contratto collettivo nazionale in vigore per il settore di riferimento e stipulato “dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. E in ogni caso non può scendere sotto i 9 euro lordi all’ora, cifra che oggi 3,5 milioni di dipendenti privati, 600mila lavoratori domestici e 370mila operai agricoli non raggiungono. Il leader del Movimento Giuseppe Conte ha auspicato che sul testo ci sia “la convergenza di tutti”, visto che in base ai dati Ocse “siamo gli unici in Europa per cui i salari sono diminuiti negli ultimi 30 anni“.

A fine settembre sulla generica necessità di fissare un minimo ha preso forma un asse con il Pd, ma il diavolo sta nei dettagli: in passato i dem avevano presentato proposte meno generose di quella M5s e non sembrano disposti a sottoscrivere un testo che fissa l’asticella a 9 euro lordi, cifra intermedia tra il 50% del salario medio e il 60% del salario mediano ma che posizionerebbe l’Italia ai primi posti in Europa nonostante una produttività del lavoro in continuo calo. Irrealistico? Certo le imprese dovrebbero sostenere costi notevoli, ma alcuni economisti che studiano i meccanismi dietro il funzionamento delle economie capitalistiche hanno evidenziato che salari troppo bassi non fanno che alimentare un circolo vizioso incentivando le aziende a puntare su produzioni a basso valore aggiunto: al contrario, aumentare i salari minimi spinge ad adottare modelli produttivi più efficienti. Più che economica, dunque, la questione è politica: il resto della maggioranza non ne vuole sapere e il governo Draghi ha espunto dalla versione finale del Recovery plan.

Eppure nel contesto europeo l’Italia è un’eccezione. Un salario minimo già esiste in 21 Paesi europei su 27 e in Germania la coalizione che sta lavorando per formare il nuovo governo intende alzarlo a 12 euro all’ora. La proposta di direttiva europea in materia presentata dalla Commissione, poi emendata dal Parlamento Ue e in attesa dei successivi passaggi legislativi, non impone di stabilire un minimo per legge, perché riconosce il primato della contrattazione collettiva sui salari che “svolge un ruolo fondamentale per un’adeguata protezione dei salari minimi” visto che “i paesi caratterizzati da un’elevata copertura della contrattazione collettiva tendono ad avere una percentuale inferiore di lavoratori a basso salario, salari minimi più elevati rispetto al salario mediano, minori disuguaglianze salariali e salari più elevati”. Purtroppo però non è il caso dell’Italia, dove secondo dati Eurostat – peraltro precedenti la pandemia – ben il 12,2% dei lavoratori a rischio povertà, quota in crescita da anni. Complici il diffusissimo part time involontario (che riguarda soprattutto le donne) e i “contratti pirata” firmati da sigle di rappresentanza minori o di comodo e caratterizzati da trattamenti economici notevolmente più bassi rispetto a quelli dei ccnl principali. Alcuni dei quali – vedi il famigerato contratto Vigilanza privata e servizi fiduciari – prevedono comunque a loro volta salari minimi sotto la soglia di povertà.

Cosa prevede quindi, nel merito, la proposta dell’ex ministra Catalfo? Innanzitutto punta dichiaratamente a sostenere la contrattazione collettiva e non sostituirla, nel tentativo di rispondere ai dubbi dei sindacati. Al tempo stesso, per dare sostanza alla formula che valorizza le “associazioni più rappresentative” si prevede di arrivare all’applicazione dei “criteri associativi ed elettorali di cui agli accordi interconfederali sulla misurazione della rappresentatività sindacale”. Nel 2019 sindacati, Confindustria, Inps e Ispettorato del lavoro avevano firmato una convenzione sulla certificazione della rappresentanza in base a numero di iscritti e voti ottenuti alle elezioni delle Rsu, affidando all’istituto di previdenza la ponderazione dei due dati. L’esercizio è partito, ma causa pandemia la raccolta del dato elettorale è rimasta sospesa. In questo limbo, la pietra di paragone restano i ccnl firmati dalle sigle confederali. Con un limite, però: l’asticella dei 9 euro lordi.

La contrattazione collettiva rimarrebbe libera e tutelata, ma solo in senso migliorativo rispetto a quel minimo. Unica eccezione il lavoro domestico, per il quale si rimanda a un decreto del ministro del Lavoro, sentiti sindacati e datori e prendendo come riferimento il contratto collettivo più rappresentativo. Per venire incontro alle imprese, il ddl dispone poi che in via sperimentale, per gli anni 2022, 2023 e 2024, siano tassati solo al 10% gli incrementi retributivi legati al rinnovo del contratto collettivo nazionale. Una Commissione tripartita presso il ministero del Lavoro – con dentro anche sindacati e rappresentanze datoriali – sarebbe poi incaricata di aggiornare via via il livello del salario minimo nonché di individuare i contratti collettivi nazionali di lavoro prevalenti. Sui 9 euro lordi, va detto, gli addetti ai lavori hanno qualche dubbio: il presidente Inps Pasquale Tridico in audizione sulla proposta di direttiva europea ha spiegato che occorrerebbe definire meglio “cosa è incluso” in quella cifra, perché se per esempio si tiene conto anche di tredicesima e Tfr la quota di lavoratori “sotto soglia” diminuisce notevolmente. E dalla definizione che si sceglie dipende anche la spesa aggiuntiva che i datori di lavoro dovrebbero sostenere, elemento che spaventa in particolare le piccole e medie imprese.

Variazione % dei salari annuali medi tra 1990 e 2020. Openpolis su dati Ocse
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