Sbarramento

Salario minimo, il “campo largo” Pd-destra per smontare le legge che prevede il tetto a 9 euro all’ora

La missione - Inizia la discussione in commissione al Senato e arrivano gli emendamenti per smontare la legge che prevede il tetto a 9 euro l’ora

19 Febbraio 2022

La missione è chiara: fare fuori con il mortaio ogni riferimento alla cifra di 9 euro all’ora dalla legge sul salario minimo. Per questo, ora che la proposta firmata dall’ex ministra Nunzia Catalfo è approdata in commissione Lavoro al Senato, è partita una raffica di emendamenti da parte di Forza Italia e della Lega – e fin qui tutto scontato – ma anche da parte del Partito democratico. Tutti mirano a far sì che dalla norma venga rimossa l’indicazione della soglia minima oraria, cioè a svuotare la legge. Ecco perché ieri sull’argomento è intervenuto direttamente il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte: “Invece di appoggiare la nostra proposta sul salario minimo per appoggiare gli stipendi – ha scritto in un post – alcuni partiti provano a sabotarla, danneggiando i cittadini. È inaccettabile”. Anche il fondatore Beppe Grillo ha pubblicato ieri un tweet di sostegno alla legge, rilanciando un’intervista del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico.

Il testo presentato da Catalfo ha lo scopo di introdurre in primis criteri chiari per misurare la rappresentatività effettiva dei sindacati e delle associazioni di imprese, al fine di estendere a tutti i lavoratori l’applicazione dei contratti firmati dalle organizzazioni certificate. Parallelamente, suggerisce i nove euro come salario minimo che a quel punto fungerebbe da parametro sia per la stessa contrattazione collettiva sia, a maggior ragione, per i lavoratori non coperti dagli accordi nazionali.

Fissare a 9 euro lordi il salario minimo, ha fatto notare un mese fa il gruppo di esperti nominati dall’attuale ministro del Lavoro Andrea Orlando, significa che il 29,7% dei lavoratori dovrà avere un aumento e se consideriamo i soli lavoratori domestici, praticamente gli aumenti scatterebbero per nove addetti – o meglio nove addette – su dieci. Insomma, la portata sarebbe rivoluzionaria perché imporrebbe ai datori di alzare (finalmente) le buste paga per quasi un terzo dei loro dipendenti. È proprio quello che ha fatto notare ieri Tridico nella sua intervista, ricordando che le retribuzioni di 4,5 milioni di lavoratori sono sotto i 9 euro lordi all’ora.

Ecco spiegato perché in Parlamento le forze politiche solitamente più sensibili alle esigenze imprenditoriali hanno alzato le barricate. Ne è venuto fuori un bizzarro “campo largo”, per usare l’espressione di Enrico Letta, che va dal Partito democratico fino alla Lega. Proprio i dem hanno indicato un modo alternativo per individuare il salario minimo: la soglia non andrebbe prevista per legge, ma stabilita di volta in volta da una commissione guidata dal presidente del Cnel e partecipata da dieci rappresentanti dei sindacati e altri dieci delle associazioni datoriali, oltre a un nucleo di esperti tecnici. A parte la ritrovata passione per il ruolo del Cnel da parte di chi meno di sei anni fa proponeva di abolirlo per via referendaria, questa ipotesi farebbe sì che a stabilire il salario minimo sia un braccio di ferro tra chi rappresenta le imprese e chi i lavoratori: il risultato, abbastanza scontato, sarebbe un deciso ribasso rispetto ai 9 euro proposti dalla legge. Accanto alla lotta per far fuori la soglia, Forza Italia cerca addirittura di far entrare nella legge i soliti incentivi alle assunzioni (anche a termine) per le imprese.

Il contrasto al lavoro povero non ottiene grandi risultati neanche all’Europarlamento: mercoledì è stato bocciato un emendamento che invitava la Commissione e gli Stati membri a vietare i tirocini gratuiti “in modo effettivo e applicabile”. Proposto dai gruppi di sinistra, è stato appoggiato da Pd e Movimento 5 Stelle. Contro, oltre al centrodestra, anche Italia Viva. Dopo le polemiche, l’eurodeputato renziano Nicola Danti si è difeso sostenendo che “la competenza del lavoro è nazionale, i contratti di apprendistato sono retribuiti ed esistono i tirocini curriculari che non possono essere retribuiti perché parte integrante del piano di studi”.

A dire il vero in Parlamento esistono proposte per introdurre forme di indennità anche per gli stage curricolari e anche a firma di deputati di Italia Viva. “Su un tema di giustizia sociale – ha risposto Mario Furore, vice capodelegazione M5S al Parlamento europeo – Italia Viva ha votato con la destra sovranista e iperliberista”.

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