“Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante”. Con questa frase scritta nella pietra, i due filosofi rivoluzionari per eccellenza (Karl Marx e Friedrich Engels) nel 1846 spiegavano che il sistema economico imperante tende sempre a voler diffondere tra il popolo delle idee che lo spingano a non mettere in discussione (ed eventualmente modificare) il sistema stesso.

Nel Medioevo il sistema produttivo dominante era l’agricoltura, che richiedeva come ideologia conseguente quella religiosa, in grado di muovere il contadino a una vita parca e di sacrificio, in attesa del premio divino nell’Aldilà. Con il capitalismo odierno l’ideologia dominante deve essere quella liberale, impostata su un individualismo sfrenato e sulla concorrenza fra le persone in vista di un unico obiettivo, stavolta terreno: l’accrescimento del profitto. Insomma, sotto il capitalismo sono generalmente ben accette tutte quelle idee che accrescono in qualche modo la libertà individuale, mentre vengono combattute o messe sotto silenzio quelle che si preoccupano della libertà sociale, cioè dell’uguaglianza.

A costo di fornire la sgradevole impressione di passare dal sacro al profano, direi che si spiega in questo modo tutto il clamore mediatico che – complice il Festival di Sanremo – si è scatenato intorno alle questioni della libertà sessuale e di quella morale-religiosa.

Sorvolo sulla qualità degli artisti che, fatte le dovute eccezioni, sembrano essere accomunati dal bisogno di un logopedista, di uno psicologo e di un curatore del look. Prendo anche atto che l’ispirazione è largamente defunta nel luogo scenograficamente più adatto, considerati tutti quei fiori. Decido invece di concentrarmi là dove potrei dire qualcosa di più strutturato. E allora mi riferisco a tutto questo affannarsi sanremese intorno alla questione morale e sessuale: artisti che si sforzano di proporre un’immagine sessualmente “fluida”; oppure che si impegnano a vario titolo per la difesa strenua e la legittimità totale delle persone Lgbtqiapk (sono rimasto a queste lettere, ma non mi azzardo a porre limiti all’umana provvidenza).

Questi artisti sono prontamente seguiti da tutto un teatrino mediatico di giornalisti, notisti e perfino “intellettuali” che si entusiasmano (e si azzuffano) rispetto alla correttezza morale della performance artistica di tizio o caio, decidendo con tono solenne se è stata mortificata o meno la sensibilità di qualche persona appartenente alle suddette categorie (o ad altre). Fino al caso patetico di Achille Lauro che, non pago di aver portato per l’ennesima volta la stessa canzone (per la cronaca: brutta e cantata male, oltre che con un outfit da campione di tortellini in armonia eccessiva col proprio corpo), si imbarca in una performance dalle intenzioni trasgressive nei confronti della religione cristiana, riuscendo soltanto a rimediare una lezione di stile e trasgressività da L’Osservatore romano (e ce ne vuole!).

Ora, sia chiaro, al di là di certi eccessi sciocchi o patetici, quella dei diritti sessuali, del rispetto per le persone non binarie, non conformi a identità o gusti sessuali ritenuti “normali”, come anche l’uscire in generale dalla nostra cultura di paese cattolico in maniera bigotta (e spesso greve), è questione seria e importante. Quando suddetta questione, però, sembra monopolizzare in questo caso il “Festivalone” italico per eccellenza, con tutto il carrozzone di commenti, considerazioni e dibattiti che esso si porta appresso, allora vale la pena ragionare sull’operazione culturale che potrebbe esserci dietro.

Nel fare questo, torniamo dalle parti di Marx, nello specifico di uno che si è abbeverato alla fonte del filosofo rivoluzionario come Antonio Gramsci. Quest’ultimo avrebbe definito il Festival di Sanremo – con tutto il suo portato – come “folclore”: ossia un fenomeno culturale “legato alla classe dominante”, che in qualche modo forma intellettualmente e moralmente le nuove generazioni. Compito del buon insegnante è conoscere i fenomeni folcloristici di tal fatta, per “estirparli e sostituirli con concezioni ritenute superiori”.

Ecco, è da insegnante (buono o meno lo decideranno altri) che mi permetto di far notare come tutto questo clamore folcloristico sui diritti individuali legati alla morale e alla sessualità finisca col mettere in sordina i diritti sociali che ci riguardano tutti in quanto esseri umani (a prescindere dal sesso, dalle idee, dai gusti, etc.), e che mai come oggi tornano ad essere sminuiti o addirittura calpestati. Solo tre dati: il Rapporto sulle disuguaglianze sociali che vede l’Italia fra i peggiori paesi al mondo. L’allargamento della forbice sociale durante il biennio della pandemia. Gli studenti scesi in piazza – e picchiati dalla polizia – per denunciare la logica mercatistica che si è impossessata della Scuola: la stessa che li costringe a stage gratuiti e senza alcuna protezione, come nel caso del loro compagno morto durante uno di questi “lavori”.

Un paese serio e moderno dovrebbe fare in modo che non ci sia troppa distanza fra i giovani che salgono sul palco di Sanremo e quelli che scendono in piazza per difendere i propri diritti. Invece il capitalismo in cui siamo immersi oggi gioca proprio su quella distanza. Facendo finta di difendere i diritti individuali, mentre distrugge quelli sociali.

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