Avevo pensato di iniziare questo post con: “Sarebbe persino divertente se…”. No, mi spiace, non sarebbe per niente divertente in nessun caso vedere questa squallida pantomima di gente pagata oltre diecimila euro al mese, che si diverte a scrivere Amadeus, Zoff, Albero Angela, senza poi contare l’abiezione morale di chi ha votato per Paolo Borsellino. Davvero ci meritiamo questo? Forse no, o forse non ci interessa nemmeno più ed è anche peggio.

Quello che tante volte e con troppa bonarietà è stato chiamato “il teatrino della politica” è diventato una squallida recita di personaggi in cerca di autore, perché non sono in grado di gestire neppure le relazioni tra di loro. Un mondo a parte, che vive di bassa autoreferenzialità, di giochi di serie C, di sedicenti strateghi incapaci persino di pensare al mattino il da farsi nel pomeriggio. Tatticismi di bassa lega da entrambe le parti, camuffati da una retorica bolsa e persino male recitata. Non se ne può più di sentire parlare “del bene del Paese”, “degli interessi degli italiani”, “di figure super partes”. Aggiungiamo unicorni, ufo e tappeti volanti, così completiamo l’elenco di cose in cui nessuno crede.

Ciò che colpisce è l’assoluta e condivisa mancanza di senso di responsabilità. Non solo quando si scrivono idiozie sulla scheda, ma anche nel volere andare avanti in questo gioco. Responsabilità è un termine che fino a un paio di decenni fa aveva un peso sociale e un valore morale rilevanti, tanto più se era riferito a un personaggio di rilievo pubblico. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, sosteneva Winston Churchill. Dire di un individuo “è una persona responsabile”, significava riconoscergli la capacità di sapere prendere decisioni e di assumersi il peso delle loro conseguenze. Infatti, deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere.

In un’epoca in cui si evoca sempre più spesso la “libertà”, ci si dimentica che proprio la libertà si fonda sul concetto di responsabilità e l’’etica della responsabilità, il farsi carico dei problemi è il fondamento della salvaguardia e della sopravvivenza di qualunque società umana.

Accade, invece, sempre più spesso di udire politici italiani pronunciare, nel corso di talk show o di interviste ai media, frasi del tipo: “La politica dovrebbe occuparsi dei problemi degli italiani” oppure “il Parlamento deve farsi carico di”. Espressioni che generalmente creano una sorta di spaesamento, se non di rabbia, perché la domanda che sorge spontanea è: “Chi siede in Parlamento? Chi ‘fa’ la politica? Quale è il soggetto della frase se non chi sta parlando?”. Questo espediente retorico, infatti, serve ad allontanare ogni responsabilità da chi sta parlando, a cui peraltro vengono poste domande proprio perché in qualche modo ricopre un incarico di responsabilità. Responsabilità che così facendo viene sospinta in una sorta di limbo anonimo, in cui chi deve operare è sempre qualcun altro o meglio qualcos’altro di non ben definito.

Un’altra cifra della comunicazione politica è la rarissima corrispondenza della riposta alla domanda. A un quesito piuttosto semplice e preciso del tipo: “Voterete o no tale provvedimento? – oppure – Farete un’alleanza con il tal partito?”, che richiede risposte monosillabiche, sì o no, si risponde invece con lunghi giri di parole, infarciti di condizionali, di supposizioni, di scenari epocali, che, complice anche una classe giornalistica accondiscendente, finisce per non dare risposta alcuna. Sono pochissimi coloro tra i politici, che prendono posizione in modo chiaro, quasi tutti tendono a lasciarsi una porta aperta. In molti casi l’intervistato si cela dietro ai plurali: “vedremo, valuteremo, prenderemo in considerazione”, che da un lato hanno la funzione di sminuire il ruolo di chi sta parlando, in quanto piccola particella di una complessa galassia e dall’altro spingono in un futuro di incerta datazione ogni eventuale presa di posizione.

Così si va avanti, come attori incapaci di imparare il copione, ma sempre in cerca di un regista (Monti, Napolitano bis, Mattarella, Draghi) che si assuma lui la responsabilità per tutti. Se Dante fosse vivo, darebbe molto più spazio al girone degli ignavi, lo immaginerebbe molto più affollato.

Per concludere, ritorna alla mente un vecchio titolo di Cuore, del luglio 1991, trent’anni fa: “Quando avete finito, fateci un fischio”.

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