Studenti della primaria vaccinati o guariti dal Covid (anche nella scuola dell’infanzia) messi in quarantena, in palese contrasto con quanto dispone l’ultimo decreto, che prevede solo un’autosorveglianza. Per non parlare dell’obbligo dei tamponi per la riammissione in classe, che chi ha già avuto le due dosi o è guarito dal virus non è obbligato a fare, ma che spesso l’autorità sanitaria o scolastica chiede. Sono due dei cortocircuiti legislativi con cui le famiglie italiane si trovano a fare i conti ogni giorno. E di cui si parlerà nella riunione odierna del Consiglio dei ministri, dopo il colloquio di ieri con tra il premier Draghi e il ministro Bianchi. L’obiettivo è quello di snellire le procedure, eliminando i tamponi per il rientro a scuola. Da capire, invece, se verranno prese decisioni per sbrogliare la matassa legislativa creatasi con la contraddizione tra il Decreto 229 e la nota interministeriale, quella appunto sulla quarantena o autosorveglianza per i bambini guariti o vaccinati.

SCUOLA IN PRESENZA, MA A CHE PREZZO – Di certo, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha fatto di tutto per garantire la scuola in presenza, ma allo stesso tempo non ha considerato gli effetti nefasti di regole spesso poco chiare, come quelle che obbligano i contatti stretti dei positivi a un limbo normativo. Come detto, la regola incriminata vale solo per i più piccoli, visto che il Decreto di Legge 229 del 30 dicembre 2021 stabilisce che i contatti stretti dei positivi (se guariti o vaccinati con due dosi entro quattro mesi o se hanno eseguito la terza dose e hanno il super green pass) non devono fare la quarantena precauzionale. Ma non solo. A lasciare a casa i più piccoli – in contraddizione agli annunci fatti anche dal premier Mario Draghi – sono proprio le ultime regole del Governo. Basti penare alla questione T0-T5. Le Asl non riescono più a testare in tempi così veloci i bambini, così i dirigenti scolastici, sempre più spesso, decidono di mandare in didattica a distanza l’intera classe. All’istituto “Bracco” di Napoli – come riporta stamattina “La Repubblica” – duecento alunni guariti che potrebbero rientrare a scuola, sono bloccati a casa perché non riescono ad ottenere dall’Asl il certificato di guarigione.

CIO’ CHE MANDA IN TILT LE SCUOLE – A mandare in tilt la scuola sono proprio le circolari, le note, i protocolli che si sono susseguiti uno dopo l’altro. È il caso dei bambini messi in quarantena perché compagni di un positivo. Il Decreto di fine dicembre stabilisce (senza specificare alcuna età) che i conviventi di un positivo – se vaccinati o guariti – non devono più restare a casa ma solo indossare la Ffp2. Diversa la circolare dell’8 gennaio scritta dal ministero della Salute e dell’Istruzione. In quest’ultimo provvedimento, firmato dal direttore generale della prevenzione Giovanni Rezza e dal capo dipartimento di viale Trastevere, Jacopo Greco, si dispone una quarantena di dieci giorni per tutti i bambini dell’infanzia e della primaria appartenenti alla stessa classe/gruppo del caso positivo (uno alla materna, due alle elementari) senza distinzione tra vaccinati e non. Una vera e propria contraddizione mai sanata. Una delle prime ad aver segnalato l’anomalia è stata la sindaca di Crema, Stefania Bonaldi che fino a ieri sera ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Insisto ancora sul tema scuola perché non mi capacito di come non si stia risolvendo un problema immaginabile già dieci giorni fa, quando coi sindaci lo abbiamo posto al Governo. Ora il problema è esploso e giustamente le famiglie dei bambini che frequentano le scuole elementari sono in grandissimo fermento. E hanno straragione!”.

LE PROTESTE ISTITUZIONALI – La prima cittadina della città lombarda nei giorni scorsi aveva denunciato il caso anche al presidente dell’Anci Antonio Decaro e a Matteo Ricci, presidente di Legautonomie, che avrebbero segnalato la questione al ministro della Salute, Roberto Speranza: “Si confonde in modo veramente assurdo la disposizione collettiva della dad, che riguarda la classe, con quella individuale della quarantena (che deve dipendere dalle condizioni soggettive). Una sciocchezza bella e buona – sottolinea Stefania Bonaldi – perché il bambino non potrà neppure uscire di casa e, per poter rientrare in classe, dovrà anche aver fatto un tampone negativo dopo la decima giornata. Peraltro un nonsenso giuridico e pure un disincentivo alla vaccinazione. Io resto sconcertata di come non si voglia correggere questa castroneria, perché più passano i giorni dalle prime allerte (che risalgono all’11 gennaio scorso) più mi viene il dubbio che sia una questione di volontà. O di principio, ed è ancora peggio”.

L’APPELLO AL GOVERNO – A lanciare un appello al Governo, proprio stamattina, è anche l’Associazione nazionale dei collaboratori dei dirigenti scolastici: “L’evoluzione delle indicazioni ministeriali obbliga ad applicare protocolli che si rivelano molto più impegnativi negli istituti comprensivi nei quali occorre conoscere e adottare tre differenti regole sulla base dell’età degli alunni e dello stato vaccinale”. L’Ancodis sottolinea la difficoltà a gestire protocolli per nulla uniformi: “Negli istituti comprensivi ci troviamo nella complicata situazione di spiegare ad un genitore con figli alla scuola primaria e alla secondaria le diverse procedure che la scuola deve adottare. Si sta mettendo a dura prova l’equilibrio di un sistema che, invece, lo scorso anno scolastico ha resistito per la chiarezza delle procedure di prevenzione e contenimento della diffusione adottate e per la loro condivisione da parte delle comunità scolastiche”.

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I dati di Bianchi: “93,4% delle classi in presenza, di cui 13% con attività integrata”. Più di un alunno su 10 in Dad, quasi il doppio in 7 giorni. Gilda: “Così le percentuali danno un’idea riduttiva del reale disagio”

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