Sono pochi i personaggi cui riesce l’impresa clamorosa di trasformarsi in icone viventi. Tra questi c’è senza dubbio Patti Smith, una che probabilmente per vissuto e carattere, un’etichetta simile la rispedirebbe subito al mittente. Ma tant’è. La sua musica e le sue canzoni l’hanno resa leggendaria, la sua vita e il suo percorso artistico sono stati raccontati e analizzati a tal punto da venire persino vivisezionati. Alla mole di libri e di biografie, vere o verosimili, si è aggiunto un progetto italiano che parte da un’idea speciale: raccontare Patti Smith attraverso New York ma che al tempo stesso racconta New York attraverso Patti Smith. L’autrice di questo “ibrido” – A New York con Patti Smith. La sciamana del Chelsea Hotel (edito da Giulio Perrone) – è la giornalista Laura Pezzino che, forse inconsciamente, ha scritto una grande e doppia dichiarazione d’amore: alla cantautrice e poetessa americana e al tempo stesso alla città. “Ripensandoci forse è così. A tratti questa dichiarazioni s’intrecciano, a tratti corrono parallele. Ma c’è sempre un punto d’incontro. E questo punto di incontro è la formula che ne è venuta fuori, una geobiografia: già è difficile scrivere una biografia su di sé, figuriamoci su un’altra persona, la cui essenza è qualcosa di inafferrabile. La difficoltà l’ho arginata mettendo dei punti fermi, che sono alcuni luoghi della città”, spiega la Pezzino a Fq Magazine.

Così la giornalista attraverso i capitoli del libro traccia una sorta di mappa di New York, che prende forma attraverso i fatti, i ricordi, la musica, i grandi incontri della vita di Patti. Ma quali sono i posti chiave di questa cartina? “La 23esima strada, a Manhattan, il ramo che va verso ovest. Lì c’era il Chelsea Hotel, ora in ristrutturazione per farne un albergo di lusso, lì hanno soggiornato Patti e altre star come Andy Warhol, David Bowie e Janis Joplin. È una strada fondamentale per lei e io nel libro la ripercorro civico per civico, dopo aver studiato i punti che hanno avuto una relazione con la sua vita: lì c’è la chiesa dove si è sposata Edith Piaf, suo mito, la mensa dove incontrò Allen Ginsberg, i bar dove si fermava a leggere i suoi poeti preferiti”, racconta l’autrice. E poi ancora ci sono i parchi, come Washington Square Park, dove dormiva di notte durante l’estate in cui arrivò in città su un autobus e con pochi soldi in tasca. “Lì una coppia di anziani vide lei e Robert Mapplethorpe e la moglie disse al marito di fotografarli: “Penso che siano degli artisti. Potrebbero diventare qualcuno, un giorno”. Lui li guardo e le rispose: “Ma no, dai, sono solo ragazzi”. Così è nato il titolo del suo primo memoir, Just Kids“. Altro punto fermo, in questa mappa metaforica in cui si impastano arte, sentimenti e incontri irripetibili, è Coney Island. “Che ancora oggi occupa un posto speciale nel cuore di Patti: forse lì respira la stessa decadenza che la attirò alla fine degli anni ’60. Tanto che a Rockaway Beach, negli ultimi anni ha recuperato una casetta devastata dall’uragano Sandy, trasformandolo in rifugio di solitudine e di creatività”. E chissà che non capiti di incrociarla mentre passeggia sulla spiaggia o mentre ordina un’insalata di carote alla coreana da Uma’s, il ristorante al 92-07 Rockaway Beach Blvd dov’è di casa.

Patti Smith arrivò a New York per la prima volta il 3 luglio del 1967. “Indossava dei pantaloni di tela, un dolcevita nero e un vecchio impermeabile-talismano. L’autobus partito da Philadelphia sarebbe arrivato un paio d’ore dopo al Port Authority Bus Terminal di Manhattan, tuttora il più trafficato del mondo, che si trova tra la 40th e la 42nd Street all’altezza della 8th Avenue», ricorda la Pezzino. “Nessuno mi stava aspettando. Ma mi aspettava ogni cosa“, scrive la Smith, che cinquantacinque anni dopo – poche settimane fa, quasi in contemporanea con l’uscita del libro – ha ricevuto dal sindaco Bill de Blasio le “chiavi della città”. “Era quasi doveroso dargliele. Perché la Smith è un unicum nella storia della musica e perché quel desiderio di Patti di vedere New York e viverci come gli artisti è ciò che ha dato una certa direzione alla sua vita. Senza quella fascinazione di ragazzina, forse la sua esistenza avrebbe preso un’altra piega”. Per Patti Smith, come per lo scrittore E.B. White – che la Pezzino cita verso la fine del libro – New York era la città della poesia. Ed era la città della libertà, di quella libertà che si rigenera. “E non è un luogo comune, è una sensazione che lì provano tutti. Io l’ho sentita, ho percepito che lì non dovevo dimostrare nulla a nessuno, potevo essere plasmata dalla città, senza aspettative. Forse perché ci sono arrivata in un momento in cui dovevo prendere delle decisioni: a New York è come se avessi trovato dei cartelli direzionali che mi indicavano la via. Potevano essere dei vicoli ciechi ma dovevo comunque rischiare”, spiega l’autrice, che ha scoperto la Smith nel 2014, riconoscendosi in lei. “Non perché avrò mai una vita punk come la sua. È un riconoscimento intimo della grande devozione alla sua arte, al suo lavoro e alla libertà di poter seguire la propria strada interiore. E poi c’è la comune sconfinata passione per i libri”.

E infatti nel libro sono segnalate diverse librerie indipendenti frequentate da Patti a Downtown, tra cui McNally Jackson (52, Prince St.). Ma l’autrice del libro ha mai conosciuto Patti Smith? Di persona l’ha vista solo ad uno dei suoi ultimi concerti qui in Italia, per lavoro ha avuto modo di intervistarla, un pomeriggio di luglio, collegata dalla sua casa nel Village con i gatti che miagolavano in sottofondo. “Mi tremavano le mani e la voce, glie lo confessai e lei mi spiazzò: ‘Stiamo entrambe lavorando, non c’è da essere nervosi’. Quella risposta mi riportò con i piedi per terra dall’iperuranio dei fan”, rivela. Cosa la colpì di più? “La sua capacità di avere al tempo stesso uno sguardo verso l’alto e uno verso il basso. È una mia elaborazione ma penso che il padre, affascinato dagli ufo, l’abbia spinta guardare verso il cielo. La madre verso il basso, trasmettendole amore per i libri. Questa continua crasi tra altro e basso è forse l’essenza della sua unicità”.

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