Non di rado le aste immobiliari regalano sorprese. Ma in questa occasione la meraviglia è stata davvero grande. “Complesso monumentale conosciuto come Villa Aurora o Casino dell’Aurora, incastonato con il suo parco tra via Vittorio Veneto, porta Pinciana e Villa Borghese, in una delle zone più eleganti della Capitale, composto da villa (parzialmente accatastata ad uso ufficio) e tre locali autorimessa ubicati a Roma-Via Lombardia 42/46 per una superficie convenzionale di circa 2.800,00 metri quadrati.” L’annuncio sul portale di un’importante società di consulenza non poteva passare inosservato. Nell’asta giudiziaria telematica del Tribunale di Roma, nella procedura di divisione giudiziale tra i coeredi del principe Nicolò Boncompagni Ludovisi, il 18 gennaio si partirà da un prezzo base di 471 milioni di euro e da un’offerta minima di 353 milioni 250mila euro, con un rilancio minimo di un milione. Nella descrizione c’è un video di quella che viene definita, a ragione, una “tra le più prestigiose bellezze architettoniche e paesaggistiche della Roma pre-unitaria”.

La storia del complesso – Villa Aurora, infatti, è il frammento superstite di una delle più grandi e importanti proprietà romane, in cui si mescolano le storie di cardinali e principi. Artisticamente, una summa di opere d’arte di ogni età. Il Casino Buoncompagni Ludovisi con l’attiguo giardino è quel che rimane della proprietà di 30 ettari tra Porta Pinciana, Porta Salaria e il Convento di Sant’Isidoro che il cardinale Ludovico Ludovisi – nipote di Gregorio XV – iniziò a realizzare a partire dal 1621. Sopravvissuto prima alla lottizzazione intrapresa nel 1883 dagli eredi Boncompagni Ludovisi e poi alle operazioni edilizie promosse dalla Società generale immobiliare, il Casino é ancora lì. Tra palazzi e uffici, hotel e parcheggi, a due passi da via Veneto e da quel che rimane dalla strada della “dolce vita” romana. Ha anche rischiato di vedersi costruire sotto le fondamenta un parcheggio multipiano da oltre 200 posti, come aveva progettato il principe nel 2011, stoppato dal parere negativo espresso dalla Soprintendenza Speciale di Roma nel 2019.ù

Le opere d’arte (col murale del Caravaggio) – L’edificio però è rimasto lì, con gli affreschi realizzati nel 1621 dal Guercino: “L’Aurora” che decora la volta della sala terrena, “La Fama, l’Onore e la Virtù” che arricchisce quella della sala nobile e il “Paesaggio con scherzi d’acqua” che fa parte della decorazione del soffitto di una delle sale adiacenti la stanza dell’Aurora. Con gli affreschi comunque significativi di Paul Brill, di Giovan Battista Viola e del Domenichino, oltre a quello raffigurante una “Danza di putti”, attribuito ad Antonio Circignani. Senza dubbio però il dipinto più celebre è l’olio su muro sul soffitto della sala dopo l’ingresso, al piano nobile. “Gli elementi e l’Universo con segni zodiacali” riferito a Caravaggio, datato intorno al 1597. L’unico murale noto di Caravaggio al mondo, una rarità preziosissima. Della collezione di statuaria romana che adornava la scomparsa Villa Ludovisi, poi, nel Casino si conservano quarantuno sculture, tra cui un satiro, un’effige di Giove e una Minerva senza testa e due prigionieri Daci.

L’asta abortita del 1989 – Insomma, un’opera d’arte ricolma di capolavori, che già in passato aveva rischiato di finire all’asta. Nel 1989 a provarci erano stati i creditori del principe Boncompagni Ludovisi, con una perizia che aveva fissato il valore del complesso in otto miliardi, 342 milioni e 125mila lire. Ma proprio quella cifra, ritenuta inadeguata al valore dell’immobile, era stata utilizzata dal suo legale per un esposto in Procura, con il quale si chiedeva lo svolgimento di tutti gli accertamenti per stabilire se vi erano state situazioni di illiceità. Contestualmente si richiedeva anche il sequestro del fascicolo dell’Ufficio esecuzioni immobiliari di Roma nonché il blocco dell’asta. Che fu accordato, permettendo così al principe di conservare la proprietà del Casino. Insomma, scampato pericolo, senza che lo Stato – sollecitato anche da una interrogazione parlamentare presentata da Giulio Carlo Argan – fosse costretto ad esercitare il diritto di prelazione.

La controversia legale – Ora invece la vendita è realtà. E rappresenta l’epilogo, decretato da una sentenza, di una vicenda che sembrava insolubile, una storia di eredità contese e di cause civili. Dopo la morte del principe nel 2018, infatti, è scoppiata una controversia tra la vedova Rita Jenrette Boncompagni Ludovisi e i tre figli maschi, Francesco Maria, Ignazio Maria e Bante Maria, nati dal primo matrimonio con Benedetta Barberini Colonna di Sciarra. Alla base della lite le disposizioni sull’eredità che il principe ha dato in tempi diversi: in un primo momento, infatti, due terzi del Casino Aurora erano stati donati ai figli Francesco Maria e Ignazio Maria, mentre Nicolò aveva tenuto per sé il rimanente terzo. Atti ai quali si era opposto Bante Maria, il figlio rimasto escluso. Successivamente, invece, in un testamento che annullava le donazioni, aveva stabilito che alla moglie Rita andasse la metà dell’intero patrimonio, mentre l’altra metà fosse per i tre figli. Tutto risolto? Niente affatto! La vedova cita in giudizio i tre “rampolli” Boncompagni Ludovisi per affidare ai giudici la decisione se il nuovo testamento fosse o meno valido e capace di superare gli atti di donazione precedenti. Non si arriva a nulla. Segue il pignoramento di una parte della tenuta, senza però esito di ristoro da parte di nessuno degli eredi. Fallito anche questo estremo tentativo, il Tribunale di Roma mette all’asta l’intera villa. Della stima viene incaricato lo storico dell’arte Alessandro Zuccari. Il ricavato della vendita, come disposto dal Tribunale, verrà diviso: una metà alla Principessa, l’altra ai tre figli del marito.

I lavori necessari – Ma l’operazione non si presenta agevole. Tra il 2009 e il 2011 i prospetti dell’edificio sono stati restaurati, ma i lavori non rinviabili restano considerevoli. A dicembre 2021 la Soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma ha verificato le difformità presenti nel complesso monumentale, indicando la necessità di provvedere non solo al restauro dei beni architettonici ed artistici, ma anche alla demolizione di alcune superfetazioni e tramezzature, al rifacimento degli impianti, al ripristino delle finiture dell’intero immobile, al rifacimento di tracce e scassi realizzati nella muratura con tecniche e materiali identici agli esistenti. Opere che nel loro complesso sono state stimate all’incirca in 11 milioni di euro. “Ci vorrà un miliardario per farlo”, ha detto la vedova Boncompagni a Forbes: “Non solo un milionario, un miliardario per venire qui e riportare questo al suo antico splendore. Spero e prego solo che questo miliardario, chiunque possa essere questa persona, veda il valore della storia di questa casa”.

L’ipotesi prelazione – Ci sarebbe ancora anche la possibilità che lo Stato italiano faccia valere il diritto di prelazione sull’edificio, sul quale (nel 1987) é stato apposto un vincolo monumentale. Per questo é stata lanciata su change.org una petizione al ministro del Beni culturali Dario Franceschini, “per impedire che un altro pezzo di Italia, quella bella, vada svenduto: usiamo i fondi del Pnrr per rilevare Villa Aurora!”. Al momento la petizione ha raccolto oltre 34mila firme e soprattutto, come ha rivelato Repubblica, sembra aver sollecitato il ministro a scrivere al premier Mario Draghi e al ministro dell’Economia Daniele Franco per capire se e come il governo intende muoversi sulla questione. Per sapere il destino di questo pezzo di storia di Roma potrebbe non bastare l’esito dell’asta.

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