La tentazione di dar vita a mondi nuovi, in cui non vi sia più traccia del passato, non è certamente una novità. Tuttavia in un futuro prossimo certe operazioni di reset culturale potrebbero essere facilitate da una digitalizzazione di libri, musica e film che vada a totale discapito dei supporti fisici e della loro circolazione nella società. Questa concreta possibilità viaggia inoltre di pari passo con un drammatico impoverimento culturale generale che rischia di trasformare i cittadini del mondo in qualcosa di molto simile a ciò che viene narrato nella grande letteratura di fantascienza, dove élite sempre più istruite, ricche e spietate governano senza alcuno sforzo un gregge anonimo di tecno-ignoranti.

Alcuni giorni fa ero intento a riordinare i miei vecchi dvd e cd musicali. Ricordo, con un pizzico di nostalgia, il piacere di frugare tra gli scaffali dei negozi e quello strano profumo chimico che emanavano appena scartati. Nonostante questi supporti vengano venduti ormai da anni (soprattutto usati) a prezzi molto contenuti, la tendenza generale è comunque quella di disfarsene in blocco…

Così, mentre osservavo fieramente la mia teca tirata a lucido, mi sono domandato perché mai in tutti questi anni io abbia sempre resistito all’impulso di “fare spazio”. Da una parte, probabilmente, si prova forse un certo legame nei confronti di oggetti che hanno tanto contribuito al nostro intrattenimento e, tutto sommato, alla nostra formazione culturale e umana. Dall’altra, più banalmente, non tutto (vedi le produzioni più raffinate) si trova effettivamente su Netflix, Amazon Prime e gli altri servizi on demand.

Dopo qualche settimana tuttavia, mentre mettevo da parte alcuni vecchi giocattoli che mio figlio non usa più, mi sono reso conto che questa reticenza a liberarmi di cd e dvd era alimentata non solo da considerazioni romantiche e razionali, ma soprattutto da una paura. E se un giorno, quando tutto questo materiale fisico non circolerà più, qualcuno (o qualcosa) decidesse di cancellarlo? È un’idea spaventosa, che può sembrare assurda, ma purtroppo tutt’altro che infondata se guardiamo alla storia dell’uomo.

Nel 642 d.C. la Biblioteca di Alessandria d’Egitto fu definitivamente distrutta dagli arabi. Opere d’arte e libri furono bruciati nella Firenze del 1497 a opera dei seguaci di Savonarola e innumerevoli sono gli episodi, sebbene più circoscritti, avvenuti in Francia nel 1242, o in Inghilterra e Italia meridionale nel 1270. Più recentemente, come dimenticare il rogo di Opernplatz a Berlino nel 1933, o la biblioteca di Sarajevo distrutta dai Serbi nel 1992. La lista (che non riguarda purtroppo i soli libri) potrebbe continuare a lungo

Molte opere straordinarie sono andate perse per errore, e qui forse la digitalizzazione avrebbe potuto colmare almeno in parte questi vuoti. Ma numerose altre distruzioni sono il frutto di azioni deliberate con uno scopo ben preciso. E qui arriviamo al punto, ovvero al fatto che questi tentativi di cancellare culture precedenti non sono quasi mai riusciti del tutto (o forse sì, e quindi non lo sapremo mai) poiché scovare tutti gli esemplari fisici sparsi per il mondo sembra davvero un’impresa impossibile. Una vecchia copia di un libro, una pellicola clandestina, un oggetto sepolto possono infatti sempre riaffiorare.

Ma oggi, per la prima volta nella nostra storia, dobbiamo considerare l’idea che tra qualche decennio (quando i supporti fisici saranno ragionevolmente spariti dalla circolazione di massa) sarà possibile eliminare “ricordi sgraditi” non più dando faticosamente la caccia a questi “artefatti”, come avviene ad esempio nel capolavoro L’uomo nell’alto castello di Philip K. Dick, ma semplicemente dalla sala comandi di un server.

Certo, è ovvio che pur digitalizzando tutto resterebbero sempre dei master in giro per qualche archivio polveroso. Ma il punto non è solo la conservazione museale di supporti sotto vuoto, quanto la loro reale e libera circolazione nella società.

Non penso che ci sia un disegno in tal senso, ma allo stesso tempo avverto il pericolo che si determina nel momento in cui si delinea all’orizzonte una inedita condizione di possibilità che consegna di fatto a qualcuno il potere di gestire una tale arma di cancellazione. Proviamo infatti a immaginare un potere simile nelle mani di organizzazioni come la Gestapo, la Ddr, le SS, le quali avrebbero potuto modificare o cancellare qualunque cosa senza che nella società circolasse più alcuna copia fisica.

Se non fossimo così intorpiditi da smartphone, computer, tablet e altri strumenti di smantellamento neuronale, basterebbe constatare che Twitter ha tranquillamente cancellato l’account di un presidente americano. Facebook ha bandito gruppi di violenti e fanatici. TikTok ha eliminato profili “non conformi” e YouTube ha oscurato video che diffondevano notizie false. Hanno fatto bene? Probabilmente sì, ma non è questo il punto. Il punto è che possono farlo. Poniamo infatti che queste aziende abbiano agito in buona fede, nel reale interesse della comunità. Resta il fatto che questi enti transnazionali, ormai più ricchi di uno stato, hanno il potere di cancellare contenuti (oggi profili e video demenziali, domai chissà, libri e documenti importanti).

In conclusione, se la tentazione di dar vita a mondi nuovi in cui non vi sia più traccia del prima non è certamente una novità (ma pur sempre un pericolo), eventuali future operazioni di restyling culturale saranno indubbiamente facilitate da una “digitalizzazione selvaggia” che vada a totale discapito dei supporti fisici. Fenomeni come quello della cancellazione della cultura (tornato guarda caso di moda proprio in questo periodo) non sono altro che la riproposizione di antichi pruriti cripto-fascisti, che sempre riaffiorano e ricominciano a serpeggiare nella società quando il terreno si fa abbastanza viscido.

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