Damiano e Fabio D’Innocenzo incrociano gli sguardi anche in conferenza stampa su Zoom. Fabio guarda fuori campo a sinistra. Damiano fuori campo a destra. Sembrano due inquadrature di un loro film, anzi di America Latina. Terzo lungometraggio dei registi e fratelli romani che esce coraggiosamente nelle sale cinematografiche italiane il 13 gennaio 2022 mentre il numero di spettatori a livello nazionale cala in picchiata. A scanso di equivoci, America Latina non è proprio una commedia leggera con cui distrarsi da ansie e paure, ma un ricercato oggetto filmico davvero angosciante. “È un thriller, ma anche un’indagine antropologica e umana, e ha momenti da film horror”, spiega Damiano D’Innocenzo.

“La famiglia è al centro del racconto, perché è lì che si formano problemi e battaglie che noi stessi combattiamo giornalmente”. Come descrivemmo nella recensione del film dopo la prima al Festival di Venezia – in Concorso, anche se amato pochissimo dalla “critica” – America Latina è ambientato nella pianura pontina tra edifici dismessi e scheletri natural-industriali. La villa con piscina e scalone azzurro semi circolare, spazio isolato apparentemente ignifugo al fuoco del mondo circostante e nel benestare evidente ma non ostentato, è del dentista Massimo (Elio Germano). L’uomo è attorniato tra le mura domestiche da efebiche, soavi, silenziose e accondiscendenti moglie e due figlie (una adolescente e l’altra appena maggiorenne) sempre vestite in abiti chiari colore chiaro. Massimo alterna il lavoro nel suo studio dentistico a qualche controllata bevuta serale in auto tra i campi con l’amico del cuore. Poi all’improvviso è attirato da un mugolio che proviene dalla propria enorme cantina. Un piagnucolio che si fa ogni giorno più assillante, facendolo scivolare prima in una sinistra irrequietezza con familiari e conoscenti, poi in una crescente esasperante follia.

Dicevamo già all’epoca che oltre questo dettaglio non si poteva andare per non spiattellare uno spoiler clamoroso. Perché America Latina è un film altamente imprevedibile, scarnificante, autenticamente pervicace nello scorrere dettaglio dopo dettaglio in una profondità dell’inconscio propria di una via grondante ossessivi sanguinolenti liquami corporei alla Cronenberg. “Il film è stato realizzato di getto anche senza rinunciare allo studio e alla precisione – continua Fabio – mostra una paura archetipica che è dentro di noi a prescindere da ciò che ci accade o è accaduto. Vita e paura, del resto, sono ogni giorno sottobraccio l’una all’altra. Infine America Latina è un film personale, e per noi un film personale significa un film che dialoga con tutti”. I fratelli D’Innocenzo spiegano, come del resto avevamo ricordato anche noi dal Lido che “il loro linguaggio cinematografico si muove per immagini e sensazioni”, e non necessariamente attraverso il dialogo e le battute: “Volevamo quasi fare un film muto. Volevamo scarnificare la parola. Cerchiamo sempre di essere meticolosi nel decidere cosa mettere dentro il quadro e in che modo. Ogni inquadratura è stata disegnata nei minimi particolari”. Infine, in attesa dell’uscita in libreria del volume che raccoglie le tre sceneggiature dei propri lungometraggi (La terra dell’abbondanza, Favolacce e America Latina), edito da La Nave di Teseo, Fabio e Damiano spiegano l’uscita in sala in questo periodo difficilissimo tra contagi Covid e SuperGreenPass che ci avrebbe dovuto far tornare alla normalità: “I film e gli spettacoli si continuavano a fare anche durante la guerra. Non si può vivere riparati. Il dolore è parte della vita”.

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