Non è una questione di (neo)realismo cinematografico di ritorno. Un eroe dell’iraniano Asghar Farhadi – in uscita il 3 gennaio nelle sale italiane – è perentoriamente un thriller ad orologeria sulla contraddittorietà della natura umana. Le coordinate geografiche segnano Shiraz al giorno d’oggi. La storia è quella di Rahim, un giovane barbuto dagli occhioni sgranati che esce temporaneamente di prigione con un permesso di due giorni. L’uomo, pittore e calligrafo, è dentro perché non è riuscito a ripagare un debito. Finché il creditore non riceverà i soldi non ritirerà la denuncia che obbliga Rahim alla detenzione.

Per il protagonista sembra però la volta buona, perché la sua amata e devota fidanzata ha per caso trovato una borsa ad una fermata del bus contenente 17 monete d’oro (siamo nel Sud dell’Iran vicini all’area dove sorse l’antica e ricca Persepoli ndr) e la vendita del casuale ritrovamento potrebbe estinguere oltre metà del debito. Solo che Rahim si convince che non ci sarebbe molto da guadagnare e ha più senso che le monete tornino al legittimo proprietario. Per fare ciò, e con l’aiuto di alcuni funzionari della banca dove è andato a chiedere se qualcuno ha reclamato una borsa, stampa ovunque cartelli con i dettagli dello smarrimento.

Una donna si farà viva con la sorella di Rahim, recupererà la sua borsa e scomparirà dalla scena. Intanto il protagonista altruista diventa un caso esemplare – troppo facile, l’eroe per caso modello Stephen Frears -: appare in tv, viene osannato dalla direzione del carcere, finisce aiutato da una prestigiosa associazione caritatevole che offre sostegno economico e di facciata al suo gesto, fino a quando tutti gli attori che ne hanno elevato la figura cercano di convincere il creditore, personaggio fosco e impenetrabile che proprio non vuole modificare il suo punto di vista e che sembra anche un tantino infastidito dalla qualifica di eroe del suo debitore. La situazione di idillio tra redento e istituzioni però si complica (oltre c’è ancora oltre mezzo film, non temete), quando una sorta di agenzia interinale prima di far tornare al lavoro Rahim vuole verificarne le credenziali a partire dal fatto se ha detto la verità sulla borsa piena di monete d’oro. Intarsiato da sottili, intersecanti e pregnanti sottotrame (attorno ad ogni attante formicolano e orbitano microstorie che vanno a contribuire alla resa generale del bordone principale), Un eroe è cinema dalla scrittura robusta e meticolosa, da una regia che gioca alla sparizione del punto macchina per un amalgama magistrale e significante nelle scelte stringenti di montaggio, ma soprattutto funge drammaturgicamente da esplorazione ampia e illustrazione dettagliata delle contraddizioni e dei tormenti etici di un pover’uomo dentro ad uno schema sociale che prevede la secca binarietà tra buoni e cattivi.

Attenzione però nel percorso narrativo di Un eroe non si procede svelando una chissà quale verità dei fatti, che del resto sappiamo e conosciamo da spettatori perché l’abbiamo vista e registrata fin dall’inizio, ma semmai nel capire come questa presunta verità a cui abbiamo assistito nella sua turbolenza umana e morale sia impossibile da incastrare nello spartito perfetto previsto dalle istituzioni che redimono e riqualificano il reprobo. Lo graduale suspense da thriller, calibrata per un minutaggio abbondante ma non invadente, si dipana poi naturalmente attorno al clima di sospetto a cui viene sottoposto l’ “eroe” Rahim: non certo un santo (in fondo non ha restituito una cifra bassissima eppure si fa della galera) ma nemmeno un furbacchione dei bassifondi. Suspense che oltretutto pulsa di una cattiva ed imprevista “reputazione da social” del protagonista che si potrebbe cancellare con altri filmati ad hoc da caricare online. Segno inquietante dei tempi che tra mattonelle bianche da cucina e fornelli a bombola di uno sgarrupato quartiere di periferia tre le rocce e il deserto, sia il post o il video di un utente sconosciuto a determinare le buone o cattive intenzioni di un uomo. Grand Prix a Cannes 2021 e nella shortlist come Miglior Film Internazionale assieme a È stata la mano di dio di Sorrentino anche se Farhadi ha già vinto due Oscar per Una separazione (2011) e The salesman (2017).

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