I fondi sequestrati alla famiglia Riva potranno essere utilizzati non solo per “risanamento e la bonifica ambientale dei siti” riconducibili all’ex Ilva di Taranto, ma anche per consentire ad Acciaierie d’Italia, che gestisce oggi la fabbrica ionica, di continuare a produrre acciaio e restare in vita puntando alla decarbonizzazione. È sostanzialmente questo il senso della norma inserita dal governo Draghi nel decreto Milleproroghe che ha suscitato un’ondata di proteste bipartisan a Taranto. Un blocco che raggruppa Movimento 5 stelle, Partito Democratico, Gruppo Misto e consiglieri regionali di Fratelli d’Italia. A questi si aggiungono anche le associazioni ambientaliste di Taranto e i sindacati come l’Usb. Il primo a denunciare il trasferimento di ben 575 milioni era stato Angelo Bonelli dei Verdi che ha parlato di regalo fatto alla fabbrica dal ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani e chiedendo “la massima mobilitazione da parte di chi ha a cuore la tutela della salute della popolazione”.

La norma in realtà si gioca sul filo del rasoio dato che rischia di violare una serie di accordi raggiunti in passato tra politica, magistratura, i Riva, i commissari straordinari dell’Ilva e persino l’Unione Europea. I fondi in questione, infatti, provengono dal sequestro eseguito dalla procura di Milano alla famiglia Riva: circa 1 miliardo e 200 milioni ritrovati in diversi trust nei paradisi fiscali. L’accordo tra le diverse parti in causa consentiva l’utilizzo di quei fondi per una serie di operazioni di bonifica sia all’interno che all’esterno della fabbrica. Ed è sui primi che oggi si gioca una nuova partita. Il governo vorrebbe infatti utilizzare quei fondi non solo per le bonifiche, ma per il “finanziamento degli interventi e progetti”. Quali siano in particolare non è specificato. Non solo. Il nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia, la joint venture tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano attraverso Invitalia, è stato diffuso solo a grandi linee: solo in pochissimi sono a conoscenza dei dettagli. Quello che è certo è che al momento la fabbrica ha bisogno di un fiume di denaro per restare in piedi: un’esposizione di circa 1 miliardo di euro, tra oneri finanziari, debiti e fornitori da pagare a cui vanno aggiunti 430 milioni di investimenti all’anno, per i prossimi 10 anni, che servirebbero a decarbonizzare l’ex Ilva.

La norma però rischia di aprire uno scontro con le istituzioni europee che sull’accordo tra Riva e Stato erano sostanzialmente intervenuti dando il proprio bene placet, ma a condizione che quei fondi servissero esclusivamente per le bonifiche e non per l’efficientamento degli impianti che, avvantaggiando i gestori, avrebbero di fatto rappresentato un aiuto di Stato. Un punto che era stato determinante per la costruzione delle mega strutture con le quali sono stati coperti i parchi minerali: l’Unione Europea infatti aveva concesso l’autorizzazione ai commissari per un’anticipazione di spesa che, una volta subentrato il nuovo gestore, doveva essere ripianata. Ed è quello avvenuto con l’ingresso in fabbrica di Arcelor Mittal che ha formalmente sostenuto la spesa per la copertura dei parchi. E non è quindi un caso che nel Milleproroghe il governo abbia aggiunto, come ultimo comma dell’articolo 21 che descrive il trasferimento dei fondi per l’ex Ilva, una frase che appare come una sorta di clausola sospensiva: “L’efficacia delle disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3 è subordinata all’autorizzazione della Commissione europea”. L’ultima parola, quindi, spetta all’Europa. Tra gli addetti ai lavori, tuttavia, serpeggia un discreto ottimismo. Rispetto ad alcuni fa il quadro a livello comunitario è cambiato: le nuove direttrici green dell’Ue e l’agenda 2030 con l’abbandono del carbone, potrebbero spingere la Commissione a sostenere questo cambio di rotta del governo italiano.

Il Movimento 5 Stelle ha già annunciato un emendamento per ripristinare i fondi per le bonifiche. Il senatore Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, ricorda che le risorse “erano state destinate alle attività di bonifica delle aree più inquinate a ridosso dell’abitato cittadino, escluse dall’attuale perimetro industriale, in modo da risarcire i cittadini dei danni subiti e riqualificare così il territorio”, ma la proposta avanzata nel Milleproroghe prevede di “trasferire le risorse della bonifica non solo a favore di una società pubblico-privata, contravvenendo così alle norme sugli aiuti di Stato e al principio di concorrenza, ma di modificarne persino la destinazione”. I fondi infatti erano destinati, tra le altre cose, alla bonifica delle cosiddette “collinette ecologiche”, costruite negli anni 70 per riparare il quartiere Tamburi dalle polveri della fabbrica e poi sequestrate dalla procura ionica quando ha scoperto che erano state costruite con scorie di produzione dello stabilimento. Oppure per la “Gravina Leucaspide” nella quale, secondo la magistratura, sarebbero stati interrati rifiuti generando un danno irreversibile all’ambiente e ai cittadini. A questi, inoltre, si aggiungono che le centinaia di parti civili che si erano costituite nel maxi processo Ambiente svenduto a cui la corte d’assise ha già riconosciuto, seppure solo in primo grado, il diritto al risarcimento.

“Quando devono fare una brutta cosa la mettono nel decreto Milleproroghe di fine anno. Ci stanno infatti per sottrarre i soldi destinati alle bonifiche di Taranto, le bonifiche della falda superficiale e profonda e dei terreni contaminati”, attacca il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti aggiungendo che “il rischio è che Ilva in As rimanga senza fondi e che gli stessi lavoratori di Ilva in As siano prigionieri di una scatola vuota che non farà le bonifiche di suolo e falda”. Anche per Franco Rizzo, coordinatore provinciale dell’Usb Taranto, è un atto “gravissimo” e conferma la “la vicinanza del governo “all’industria e alle ragioni del profitto”. Anche dal Pd pugliese si levano voci di protesta: “Il governo – ha commentato il parlamentare Pd Ubaldo Pagano – deve spiegare il passaggio ad Acciaierie d’Italia dei 575 milioni dal patrimonio destinato agli interventi di ambientalizzazione dei siti compromessi. La decarbonizzazione non può trasformarsi da obiettivo a pretesto per tradire ancora una volta le promesse fatte”. Anche Marco Lacarra, segretario regionale dei Dem ha accusato il governo di aver deciso “senza alcun preventivo confronto con i territori, di togliere risorse destinati alle bonifiche dei siti inquinati, dentro e fuori il perimetro degli stabilimenti. Sebbene – ha aggiunto Lacarra – condividiamo tutti l’obiettivo della decarbonizzazione, non possiamo accettare che questo processo sia avviato a scapito delle necessarie modifiche di ambientalizzazione da portare avanti a Taranto”. Infine il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Renato Perrini al ilfattoquotidiano.it ha spiegato si essere “favorevole all’ammodernamento degli impianti, ma le risorse per le bonifiche non devono essere toccate”.

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