“Vorrei fossimo come in Italia”. Forse questa è la notizia dell’anno: il Cancelliere tedesco (uscente, ma vabbè) che dice che vorrebbe essere come l’Italia. Gli italiani non se lo dimenticheranno tanto facilmente. Angela Merkel, in effetti, aveva proprio ragione: in Italia, quest’anno, son stati fatti passi da gigante, soprattutto quanto ai diritti civili.

Prima c’è stata la legge sull’omotransfobia. Che storia strepitosa, ragazzi. Settimane di confronti televisivi, più o meno azzeccati; poi la gente in strada a giugno, così colorata; l’incidente di percorso in luglio – “rinviamo”; la pausa di riflessione estiva; e poi quell’applauso che scoppia in aula, al Senato, ve lo ricordate? Era da anni che non si sentiva un applauso così per l’approvazione di una legge che pure sembrava tanto divisiva all’inizio.

Ma poi ci si era ricordati tutti dell’art. 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E se non sono ostacoli gli schiaffi, gli a-frociooo, e le mazzate… D’altra parte, anche quelli più preoccupati ormai si sono rasserenati: sono passati mesi, e nessuno li ha messi ar gabbio – come era chiaro sin dall’inizio, e per fortuna – perché continuano a dire “Maria la madre, Giuseppe il padre”. Al massimo bisognerà prendere ripetizioni di catechismo, perché la storia non era proprio proprio così.

L’altro grande passo da gigante è stato poi la legge sul suicidio assistito. C’ha messo più di due anni, il Parlamento, a dar seguito alla Corte costituzionale, ma alla fine anche questo è stato portato a casa. Nel 2019 la Corte aveva stabilito che l’aiuto al suicidio non era reato in caso di decisione libera e consapevole del paziente tenuto in vita artificialmente, “sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale”. Ma era chiaro che si trattava di una soluzione provvisoria, su cui il Parlamento sarebbe dovuto intervenire per chiarire, precisare, stabilire – legiferare, insomma. Quella sentenza della Corte era piena di “in attesa della declinazione che potrà darne il legislatore”, “nelle more dell’intervento del legislatore”, e così via. Le more son durate tanto, ma nel 2021 la legge del Parlamento è finalmente arrivata.

Diciamolo subito: qualche scontento è rimasto, sull’uno e sull’altro fronte. Ma gli scontenti ci sono sempre quando si tratta di bilanciare diritti e interessi – bilanciare, appunto: che significa non far prevalere né l’uno né l’altro, ma tagliare un po’ là e un po’ qua, per accomodare, per contemperare, per trovare un compromesso. E forse abbiamo capito anche che ‘compromesso’ non è una parolaccia: è la regola di funzionamento di una società pluralista, o almeno di una società plurale che voglia essere democratica.

Il Parlamento a questo serve: a far dialogare, a discutere, a parlare, pure a litigare, fino a quando il rimbalzo da una parte all’altra dello schieramento non intervenga a smussare gli spigoli della questione. O crediamo nella forza maieutica del parlamentarismo, o possiamo chiudere tutto e andare a casa.

Qualcuno scriveva che il Parlamento è il porticato tra i palazzi del potere e la società civile. E la legge del 2021 sull’eutanasia si inscrive perfettamente in questo paradigma: la sua approvazione è stata l’approdo, pur faticoso, di una interlocuzione continua tra palazzo e società civile, come non potrebbe essere diversamente in materia di diritti civili. Sarebbe stato, invece, indice di cattiva salute del nostro sistema parlamentare se tutto si fosse giocato solo nei palazzi, senza guardare alla piazza, o se tutto si fosse giocato fuori dal porticato, in piazza, magari con un referendum, che, oltre ad irrigidire le divisioni del Paese su un tema così delicato, avrebbe finito per creare uno spazio vuoto di diritto su cui comunque il Parlamento sarebbe dovuto intervenire.

Certo, l’abrogazione referendaria sarebbe stata l’ultima strada per scuotere una politica lenta e irresponsabile – sia verso le istanze civili che verso il monito della Corte costituzionale –, ma per fortuna non ce n’è stato bisogno.

Peraltro, proprio la Germania della Merkel ci sta copiando su un’altra misura portata a casa quest’anno. Il contratto di coalizione del nuovo governo di Berlino, infatti, prevede la legalizzazione della cannabis ad uso ricreativo, che il nostro Parlamento ha già regolato qualche mese fa. Certo, speriamo che gli amici tedeschi prendano ad esempio anche tutte le condizioni, le eccezioni, i limiti che l’attento bilanciamento del legislatore italiano ha saputo prevedere, perché una materia come questa merita una riflessione attenta, capace di analisi profonda, che va fatta con senso di responsabilità, e – anche qui – con qualche compromesso.

La Germania deve muoversi, se non vuole che poi tutto venga trascinato in un referendum, che forse sì, darebbe uno scossone al palazzo, ma che, limitandosi a cancellare con colpo di spugna qualche norma, rischierebbe di lasciare alcune situazioni pericolosamente non regolate.

Insomma, l’ex Cancelliere tedesco ha tutti i motivi per poterci invidiare, quest’anno. E c’è da credere che un Parlamento così responsabile e aperto alla società civile chissà quanti altri passi in avanti ci farà fare, l’anno venturo, sulla strada dei diritti civili. Perché poi, quella dei diritti civili è una strada strana: restare fermi significa indietreggiare; un passo mancato in avanti è un passo indietro. E come vorremmo che questo che avete avuto la pazienza di leggere fosse il post che avremmo potuto realmente scrivere alla fine di questo 2021.

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