I sindacalisti venivano formalmente assunti da una società, senza mai lavorarci, solo per consentire al sindacato di fruire indebitamente di uno sgravio contributivo, perché i contributi li versa l’Inps. È questa l’accusa che la Procura di Milano contesta ai 12 indagati per truffa nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge diverse sigle della Cisl in Lombardia. Un meccanismo descritto e messo a verbale da una ex responsabile delle politiche lavorative della Cisl Lombardia: racconta che nel 2011 le comunicarono “che, per risparmiare, mi avrebbero fatto assumere da una società di ‘loro amici‘ e che, dopo 6 mesi, mi avrebbero ‘distaccato’ in Legge 300″, ossia in aspettativa sindacale non retribuita, “per ottenere un risparmio contributivo, mio malincuore accettai tale proposta”. Nel provvedimento che oggi ha portato al sequestro di 600mila euro, la gip Anna Calabi sottolinea però un nodo che, a suo avviso, è ancora da sciogliere: “Rimane da spiegare perché le imprese private si sono prestate ad assecondare questo meccanismo, per loro tutto in perdita“, pagando per almeno sei mesi lo stipendio al lavoratore senza che questo facesse per l’azienda “alcunché” ma lavorasse solamente per il sindacato, in modo da ottenere l’aspettativa retribuita dall’Inps.

L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli e dal pm Paolo Storari, che indagano per truffa su finte “aspettative sindacali non retribuite”. Tra i 12 indagati figura Gilberto Mangone, ex segretario generale aggiunto della Cisl Milano Metropoli, assieme ad altri dirigenti e responsabili sindacali delle numerose sigle coinvolte nel sequestro. Negli atti anche i nomi delle aziende (“società coinvolte”, si legge) con cui sarebbero stati siglati i contratti di lavoro fittizi, tra cui anche Tecnimont spa, Obiettivo Lavoro spa, Randstad Italia spa, Liquigas spa e molte altre. È emersa “una realtà, ancora da decifrare compiutamente, dove alcune imprese si accollano costi del personale che però presta attività lavorativa a favore dell’associazione sindacale” e ciò “anche nei 6 mesi di prova previsti dalla normativa di settore”, scrive ancora la giudice Calabi. Le aziende quindi cosa ci guadagnavano? Il sospetto degli inquirenti e degli investigatori, riferisce l’Ansa, è che anche le imprese avrebbero avuto un tornaconto dal sistema ricostruito: sarebbero state al riparo da eventuali pressioni da parte dei sindacati che, quindi, avrebbero fatto un passo indietro o avuto un occhio di riguardo.

Come funzionava il meccanismo: un doppio vantaggio
Dalle testimonianze raccolte nelle indagini e “dagli operatori sindacali” sentiti a verbale, riassume la gip Calabi, si è scoperto “come questi ultimi, al fine di esercitare l’attività sindacale, siano stati indotti, talvolta, a sottoscrivere contratti di lavoro ‘fittizi’ con società compiacenti, al solo fine di fruire” della “aspettativa sindacale non retribuita” con conseguente risparmio “contributivo” dei sindacati, perché i contributi li versa l’Inps. In pratica, quando il lavoratore è in aspettativa sindacale non viene pagato dal datore di lavoro ma dall’associazione sindacale, che però non deve versare i contributi. Questo un primo vantaggio.

Un secondo vantaggio, stando alle indagini, sta nel fatto che coi contratti di lavoro ‘fasulli’ erano le imprese a pagare il dipendente, quando non era in aspettativa sindacale, ma quel finto dipendente in realtà lavorava sempre e solo per il sindacato. “Le assunzioni strumentali – scrive il gip – sono state proposte, di volta in volta, dai segretari generali e organizzativi pro tempore delle rispettive sigle sindacali”. E i lavoratori in aspettativa addirittura in alcuni casi hanno percepito stipendi “contemporaneamente da più società compiacenti per le quali non hanno mai lavorato”. E il gip sottolinea proprio anche “la mancata prestazione lavorativa” pure “nei sei mesi di prova“, quando il lavoratore non può prendere l’aspettativa sindacale e viene pagato dall’azienda. I contratti di lavoro fittizi, tra l’altro, venivano sottoscritti “presso gli uffici del sindacato di riferimento”.

La testimone cita il segretario generale della Cisl Lombardia
Nel suo verbale, contenuto negli atti dell’inchiesta milanese, la ex responsabile delle politiche lavorative della Cisl Lombardia cita inoltre Renato Zambelli, indagato in qualità di dirigente di Cisl Milano Metropoli, e pure il segretario generale della Cisl Lombardia Ugo Duci e Carlo Gerla, segretario generale Cisl Milano Metropoli (questi ultimi due non risultano tra gli indagati nell’ordinanza del gip). In particolare, stando al racconto della donna, quando l’azienda per cui sarebbe stata assunta falsamente era in liquidazione, lei si è rivolta a Duci “avendo paura di perdere il mio posto di lavoro”. E, sempre secondo il verbale della sindacalista, lui le ha riposto: “Hai firmato tu il distacco sindacale e quindi sei anche tu responsabile, nella vita esistono due tipi di uomini, gli uomini liberi e i servi“. E lei ha replicato: “Allora chiamami serva“.

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