Erano le 22 passate del 23 novembre del 2019, alla stazione di Falconara Marittima aspettavo la coincidenza per Rimini dove avevo lasciato l’auto. Stavo tornando da Narni dopo un evento organizzato per la Giornata Internazionale contro la violenza alle donne. La stazione era deserta, non c’era nessuno in attesa di un treno. Mi sentivo a disagio. Un disagio che era diventato tensione quando ero dovuta entrare nei bagni, deserti e silenziosi, e ne ero uscita il più in fretta possibile. Quando era arrivato il treno avevo tirato un sospiro di sollievo. Non era deserto come quelli su cui ero salita tornando tardi da Roma nella tratta Bologna-Ravenna.

Arrivata a Rimini alle 23 circa, mentre camminavo verso il parcheggio, mi ero chiesta se fosse illuminato oppure no, poi avevo visto un uomo seduto accanto alla cassa automatica con una bottiglia in mano. Mentre mi avvicinavo cercavo di capire se fosse ubriaco, se prestasse attenzione a me o mi ignorasse. La prima aggressione l’avevo subita da un ubriaco a 12 anni, in una pineta mentre giocavo a nascondino con le amiche. La prima, perché poi erano seguite altre molestie, altre aggressioni. Quella notte avevo chiamato mio marito: “Amo, stai al telefono con me fino a che non pago e non salgo in auto”. Avevo pagato il ticket col cellulare stretto tra l’orecchio e la spalla, rovistando nella borsa in cerca dei soldi senza smettere di controllare il tizio. Quando ero salita in auto avevo tirato il secondo respiro di sollievo.

La vita delle donne è fatta anche di controllo della paura e di strategie di protezione e di difesa improvvisate. Anche se la maggioranza delle violenze avviene tra le mura di casa, dopo che si subiscono decine di molestie o micro aggressioni per strada, si ha paura dei luoghi deserti e dell’incognita di un incontro spiacevole.

La risposta a questa condizione che tutte condividiamo non può essere la segregazione delle donne in appositi spazi nell’illusione che possa aumentare il senso della nostra sicurezza. Dopo i due stupri avvenuti sul treno nella tratta Milano Varese e alla stazione di Vedano Olona, è stata lanciata una petizione che ha già raggiunto più di 7mila firme per chiedere a Trenord di dedicare alle donne la carrozza di testa per “viaggiare sicure”. Una analoga iniziativa è stata presa qualche anno fa a Nuova Delhi in seguito alla gravissima situazione determinata dai quotidiani stupri e assassinii di donne sui mezzi pubblici e dove la violenza contro le donne si intreccia alla violenza delle caste superiori contro quelle dello scalino più basso, le Dalit, le intoccabili.

Questa misura come l’inasprimento delle pene non ha sortito un calo significativo di stupri e di violenze contro le donne indiane che continuano a verificarsi con la cadenza di una ogni 15 minuti (quelle denunciate, poi c’è il sommerso).

Anche la metropolitana di Tokyo ha dedicato vagoni alle donne contro il fenomeno delle molestie. Le donne nel mondo stanno rivendicando il diritto di viaggiare e di sentirsi sicure ma gli spazi che condividono con gli uomini non sono solo quelli dei vagoni delle metropolitane o degli autobus e sono gli spazi della relazione.

Creare ginecei su ruote non ci tutela ma ci definisce come bersagli esattamente come ci vedono molestatori e stupratori. Una iniziativa come questa rafforza la sottocultura che oggettivizza le donne, non la debella e non incide sul senso della nostra sicurezza se una volta scese da quei vagoni ci tocca attraversare strade deserte e fronteggiare molestie o violenze. Non senza una significativa diminuzione delle molestie degli stupri, non senza una rivoluzione culturale che non è ancora avvenuta. L’Istat ne ha misurato la portata: una donna su tre subisce almeno un episodio di violenza nel corso della propria vita e numeri come questi non si sconfiggono con vagoni riservati.

Mi chiedo inoltre che cosa accadrebbe se una donna dovesse sedersi in un altro vagone e subire una aggressione: “Se la sarebbe andata andata a cercare?”. Non possiamo blindarci o farci blindare. Le società che segregano le donne dietro i burqa ed eliminano qualunque possibilità di condividere spazi con gli uomini non sono meno violente della nostra, anzi.

Non è sugli spazi dedicati che dobbiamo contare ma sul cambiamento delle relazioni tra uomini e donne, sull’empatia (le donne che hanno subito lo stupro sul treno e in stazione, hanno chiesto aiuto a passeggeri senza trovarlo) e lavorare per sconfiggere l’odio per le donne e i loro corpi. Non esistono soluzioni facili, né istantanee.

Sfidiamo il nostro senso di insicurezza senza cercare rifugi illusori che sono alla fine dei conti solo nuove prigioni mentali.

@nadiesdaa

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