Una squadra di agenti della polizia locale di Torino raccoglie la denuncia di una ragazza nigeriana contro la sua madam. Sembra una storia comune, una vicenda di sfruttamento della prostituzione. E invece si trasforma in un mega-inchiesta della magistratura. Si chiama Athenaeum e tra il dicembre del 2012 e il settembre del 2016 documenta l’esistenza di una delle più violente tra le organizzazioni criminali di tutto il mondo: la mafia nigeriana. Una clan che agisce non solo con la violenza fisica, ma con un’arma che nessun’altra mafia possiede: i riti voodoo. In Italia, patria delle mafie “classiche”, esiste una nuova organizzazione criminale: minaccia, sfrutta e talvolta uccide, con legami internazionali in Canada, Regno Unito, Olanda, Germania, Malesia e Ghana.

Quella di Torino è una delle prime indagini sulla mafia nigeriana in Italia. L’inchiesta viene ricostruita nei dettagli in Black Mafia, il primo documentario sulla mafia nigeriana della serie Crime Doc targata Rai Documentari. In onda in prima serata venerdì 10 dicembre su Rai Tre, Black mafia è tratto dal libro Mafia nigeriana del giornalista Sergio Nazzaro, con la regia di Romano Montesarchio, da un’idea di Andrea Di Consoli e scritto da Romano Montesarchio, Sergio Nazzaro e Stefano Russo. Attraverso le interviste ai protagonisti, ricostruzioni cinematografiche, l’uso di intercettazioni originali, immagini di repertorio e documenti esclusivi, il documentario ricostruisce gli affari della mafia nigeriana nel nostro Paese. Dopo la procura di Torino, negli anni successivi gli uffici giudiziari di ogni parte d’Italia si sono occupati di mafia nigeriana. Al fianco di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra c’è una nuova organizzazione criminale che fa affari, intimidisce e gestisce le piazze di spaccio. L’ultimo report del Servizio analisi criminale del Viminale spiega che nel 2019, ultimo anno prima della pandemia, c’è stata una “forte crescita” dei cittadini nigeriani segnalati nel nostro Paese per associazione mafiosa (passati dai 28 del 2018 a 154). L’ufficio diretto da Stefano Delfini, che fa parte della Direzione centrale della Polizia criminale, mette quindi in guardia nei confronti di un’organizzazione “con solide basi nel Paese di origine da dove, attraverso diverse propaggini opera su scala internazionale in vari continenti e in diverse nazioni tanto da dover essere considerata una seria minaccia a livello globale“

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