Processare il governatore della Lombardia per frode in pubbliche forniture. È quello che vuole la procura di Milano alla fine delle indagini sul cosiddetto caso camici. I pm hanno chiesto il rinvio a giudizio per Attilio Fontana e altre 4 persone per la vicenda dell’affidamento da parte della Regione di una fornitura, poi trasformata in donazione, da circa mezzo milione di euro di 75 mila camici e altri dispositivi di protezione a Dama, la società di Andrea Dini, cognato dell’esponente leghista. A firmare l’atto il pm Carlo Scalas e Paolo Filippini e dall’aggiunto Maurizio Romanelli. “La richiesta della procura di Milano è semplicemente vergognosa, chi ha aiutato la propria comunità dev’essere ringraziato e non processato”, commenta il segretario della Lega Matteo Salvini.

Oltre a Fontana, la richiesta di processo riguarda Dini (titolare di Dama e cognato del governatore lombardo), Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, rispettivamente ex direttore generale e dirigente di Aria spa (la centrale d’acquisto regionale) e, infine, Pier Attilio Superti, vicesegretario generale della Regione. La chiusura delle indagini risale alla fine dello scorso luglio e gli indagati, che inizialmente avevano chiesto di essere interrogati, hanno rinunciato all’esame, ma hanno depositato memorie. “Il presidente Fontana ritenendo evento utopistico che la Procura, dopo l’avviso di chiusura indagine, possa mutare impostazione accusatoria a seguito di un suo interrogatorio ha deciso di riservare le proprie difese alle fasi processuali successive di fronte a giudici terzi”, aveva spiegato l’avvocato Jacopo Pensa. Che ora, di fronte alla richiesta di rinvio a giudizio, commenta: “Tutto come volevasi dimostrare. Non c’è nulla di sorprendente, ma devo ammettere che non avevo mai visto una donazione diventare reato. Finora è stato un botta e risposta tra accusa e difesa, d’ora in poi avremo a che fare con un giudice davanti al quale ci difenderemo allo stesso livello. Fontana è certo della sua estraneità alle vicende contestate”.

L’inchiesta, che ha visto lo stralcio in vista dell’istanza di archiviazione del capo di imputazione in cui solo Dini e Bongiovanni rispondono di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, ha al centro la fornitura di dispositivi di protezione individuale, tra cui appunto 75 mila camici, da consegnare in piena pandemia nella primavera 2020 alla Regione. Ne vennero consegnati in realtà solo 50mila, in quanto venne a galla il conflitto di interessi poichè Dama è società del cognato di Fontana. Per questo la fornitura fu trasformata in donazione, con la conseguenza, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che l’ordine non venne perfezionato per la mancata consegna di un terzo del materiale, cosa che ha portato i pm a formulare l’accusa di frode in pubbliche forniture.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Articolo 101, le toghe anti-correnti vincono le elezioni Anm a Palermo: a loro un voto su tre. Il leader: “Scossone che smuove le coscienze”

next
Articolo Successivo

Eni Nigeria, interrogati a Brescia i magistrati di Milano De Pasquale e Spadaro dopo la chiusura delle indagini per caso Armanna

next