Nel 2015 la Regione Lombardia e il Comune di Milano trovarono un accordo per la riqualificazione di uno dei più popolosi quartieri popolari del capoluogo, il Giambellino. L’intero patrimonio di edilizia residenziale pubblica, circa 5mila alloggi, avrebbe dovuto beneficiarne, così come concertato con le parti sociali e le organizzazioni del territorio. Peccato che il masterplan del 2015 sia poi stato sostituito da un altro piano, che ha almeno raddoppiato i tempi di consegna dei lavori, ha escluso dal confronto gli abitanti e le parti sociali e ha stravolto il progetto iniziale, puntando alla riqualificazione dei soli edifici da abbattere e ricostruire. Nonostante le promesse assunte dai competenti assessori di Regione e Comune, il quartiere non è stato più informato sullo stato di avanzamento dei lavori, né è stato garantito il mantenimento di tutti gli 800 alloggi oggetto di abbattimenti.

In particolare, al sindaco Giuseppe Sala è stata inviata nel 2018 una lettera da parte di decine di organizzazioni presenti nel quartiere, dalle parrocchie alle cooperative, dalle scuole ai sindacati, perché assumesse di fronte ai cittadini l’impegno a garantire, tra l’altro, il numero degli alloggi, il mantenimento del canone sociale per l’intero patrimonio di edilizia residenziale pubblica del quartiere, l’assegnazione di tutti quelli non assegnati. Il Comune è titolare della cabina di regia del piano di riqualificazione, ma lettere e incontri non portarono mai alla formalizzazione di quell’impegno. A un anno di distanza dalla prima, disattesa scadenza dei lavori, il Giambellino è un cantiere, tra nuove fermate della metropolitana, interessi immobiliari e palazzoni popolari sventrati.

“L’abbandono di questi quartieri e di chi li abita è figlio del modello Milano, che dà risposte a chi ha un reddito alto e dimentica chi non ce la fa”, denuncia Luca Garibaldo, abitante del Giambellino e parte dell’Associazione culturale Dynamoscopio, che si occupa di consulenza nel campo della rigenerazione urbana e dell’innovazione sociale. “Qui abitano gli insegnanti, le persone che si occupano dei nostri anziani, gli infermieri che ci curano, gli elettricisti, le sarte, i muratori: tutti quelli che fanno funzionare la città, ma che sempre di più faticano a pagare canoni d’affitto alti come quelli di Milano“. Così nel quartiere, racconta Garibaldo, il silenzio delle istituzioni si trasforma nella paura che agli abbattimenti non segua il ripristino delle case popolari, di tutti gli alloggi sottratti a una città che già così non riesce a risolvere l’emergenza abitativa. Secondo il sindacato degli inquilini Sicet, a Milano sono 142mila le famiglie che non possono pagare più di 80 euro al metro quadro all’anno, cioè 250 euro al mese di affitto. Cifre per le quali una casa popolare a canone sociale è l’ultima spiaggia. Se la Milano di City Life, dei boschi verticali e delle biblioteche degli alberi non troverà posto per queste persone, il rischio di un allontanamento forzato verso periferie sempre più distanti è concreto, e coerente con il processo di gentrificazione che ha già cambiato il volto di tante aree urbane, un tempo quartieri popolari.

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