Investimenti mai realizzati e stabilimenti lasciati con scarsa manutenzione e sicurezza sul lavoro. Impegni del governo disattesi e nessuna novità sul Piano nazionale sulla siderurgia, più volte annunciato come “imminente” e mai reso noto dal ministro dello Sviluppo economico, il leghista Giancarlo Giorgetti. E, ancora, migliaia di lavoratori da tempo lasciati in cassa integrazione, anche da dieci anni ormai, e con retribuzioni minime o nulle, come nel caso di 4mila dipendenti del sistema degli appalti. A mobilitarsi, proclamando per mercoledì 10 novembre 8 ore di sciopero generale dei gruppi siderurgici di Acciaierie D’Italia, ex Ilva e Acciaierie Piombino-JSW (azienda controllata dalla multinazionale indiana Jindal) e una manifestazione nazionale a Roma, sono Fim, Fiom-Cgil e Uilm. I sindacati denunciando “mesi di stallo e incontri andati a vuoto” con l’esecutivo: “Il tempo è scaduto, chiediamo per Acciaierie d’Italia di mettere fine alle incertezze e alla cassa integrazione, un piano industriale credibile, certezze per i lavoratori in amministrazione straordinaria e un fondo sociale per dare garanzie occupazionali alla decarbonizzazione che vedrà su Taranto il primo banco di prova in Italia e tutele per i lavoratori dell’indotto“, hanno spiegato, mentre su JSW la richiesta è di accelerare sull’ingresso di Invitalia, oltre che, anche in questo caso, “certezze su piano industriale e sulla realizzazione del forno elettrico”.
“La situazione è ormai pesante e insostenibile, sia per quanto riguarda i volumi produttivi che i lavoratori in cassa”, ha sottolineato Rocco Palombella, segretario generale Uilm. “Non è sufficiente che il presidente del Consiglio Mario Draghi dica che la siderurgia è strategica. Occorrono atti politici, ma alle promesse non abbiamo visto seguire atti concreti”, ha continuato. I sindacati hanno ricordato come oggi “la siderurgia primaria in Italia” impieghi “oltre 30 mila persone direttamente e circa altrettante indirettamente. Si tratta di oltre 60 mila lavoratori, una cifra importante per l’occupazione”. Per questo, spiegano, “serve capire come bisogna affrontare la transizione“: “Se va affrontata con impianti fermi e riducendo i volumi, diventa complesso”, hanno avvertito. “Siamo per sostenere un processo di decarbonizzazione, ma questa non può tradursi in una deindustrializzazione del Paese, né scaricarsi sui lavoratori, sui loro redditi e sulle loro condizioni”, ha aggiunto Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile siderurgia.
“Da mesi chiediamo risposte concrete al Governo e al ministro Giorgetti per risolvere le vertenze ex Ilva ed ex Lucchini di Piombino. Per quanto riguarda la prima, dopo l’ingresso di Invitalia non è cambiato nulla, con un ricorso indiscriminato alla cassa integrazione, mentre il mercato registra una crescita da record. E il nuovo piano industriale non è stato ancora presentato”, hanno denunciato”. E ancora: “Si sono avvicendati sette presidenti del Consiglio e ministri dello Sviluppo economico – ha aggiunto Palombella – e ci sono stati 13 decreti salva-Ilva che forse erano decreti affossa-Ilva. Abbiamo perso milioni di tonnellate di produzione di acciaio, mentre negli ultimi tre anni la Cina ha implementato la sua produzione di 135 milioni. Cioè quella dell’intera Europa”. Tradotto, avvertono, “rischiamo di essere un Paese dipendente anche dall’acciaio”. Ma non solo. Dai sindacati c’è la richiesta di trasparenza sui fondi già erogati: “Per quanto riguarda i lavoratori dell’ex Ilva, si mettono più persone in cassa integrazione per risparmiare. Quelli degli appalti non sono pagati. E abbiamo il dubbio che almeno metà dei 400 milioni di euro di denaro pubblico già investito siano stati utilizzati per acquisire quote di CO2, vendute in una fase in cui costava meno. E poi l’hanno dovuta riacquistare, per risalire a 6 milioni di tonnellate di acciaio. Chiediamo che siano il Mef e il Mise a fare luce”, ha concluso Palombella.

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