Riapre il Plastic. Si consiglia di pronunciare ripetutamente queste tre parole per verificarne l’immediato effetto benefico sull’umore. Scherzi a parte, per chi negli ultimi quarant’anni ha frequentato le notti milanesi, la riapertura della storica discoteca è probabilmente il segnale più atteso in questo lento ritorno alla normalità. “Tanti di noi non si vedono da quando è iniziata la pandemia, le emozioni potrebbero giocarmi qualche scherzo”, confessa Nicola Guiducci, dj e direttore artistico del locale che ha fondato nel 1980 insieme al socio Lucio Nisi, scomparso nell’inverno del 2019 senza mai vedere chiusa la sua creatura. “Non ci siamo mai fermati e in tanti anni abbiamo litigato una sola volta e siamo stati entrambi malissimo: mai più”, racconta Guiducci ricordando l’amico. Perché quella del Plastic, e non importa se il senso non è quello stretto, è una delle grandi famiglie milanesi, allargata a generazioni di festaioli, al gusto e all’avanguardia musicale. Il segreto di tanto successo? “Credo sia il modo di accogliere le persone, il fatto che da sempre una donna può venire da sola e sentirsi perfettamente a proprio agio”, risponde con orgoglio. Al 15 di via Gargano si ricomincia sabato 30 e domenica 31 ottobre. Rigorosamente “niente liste, niente tavoli, niente prenotazioni”. Necessariamente con green pass e accessi limitati. Per un locale fedele ai suoi habitué e alla selezione all’ingresso, l’amara certezza è che “tanti rimarranno fuori”. La direzione consiglia? “Dispiace, ma chi prima arriva, meglio alloggia”.

Nello studio di Nicola Guiducci si respira una calma inaspettata per quella che nella storia del Plastic è la vigilia di un inedito: la prima ri-apertura in quarant’anni, dopo venti mesi di silenzio. Mi offre acqua minerale, si accende una sigaretta, con accento toscano mi invita ad accomodarmi. “Siamo stati così a lungo senza una novità, senza annunciare un evento, che gli algoritmi di Facebook e Google ci hanno dati per chiusi definitivamente”, racconta divertito. Poi ammette: “È stata dura, il lavoro si è fermato totalmente e mi è mancata la terra sotto i piedi”. Perché non si tratta semplicemente di attaccare a mezzanotte e tirare l’alba dietro a una consolle, no signore. “Ho passato la vita ad ascoltare musica per otto ore al giorno, per rinnovarmi e soddisfare le aspettative di chi frequenta il Plastic”, spiega. Otto ore al giorno, più le notti… “L’ho sempre detto: si dorme quando capita, senza vergogna”, se la ride. E mentre ridiamo una presenza mi distrae e mi inchioda alla poltrona. L’intera parete che ho di fronte è occupata da migliaia di vinili che riempiono decine e decine di scaffali. “Ascolti, selezioni i pezzi, li editi, li personalizzi, poi li proponi e osservi le reazioni, elimini quelli che non vanno e ricominci”, la semplifica lui. Complice l’anno sabbatico non richiesto, ha messo a punto un repertorio completamente rinnovato, ancora una volta. “Per sabato voglio mettere solo roba nuova, e magari un’ora di amarcord per chi si ferma fino alla fine”.

Ma nonostante l’esperienza e il mestiere, per Guiducci e soci questa riapertura rimane un’incognita. “Innanzitutto non possiamo dare per scontato che le persone abbiano la stessa disponibilità economica che c’era prima del Covid”, riflette, consapevole che il Plastic sopravvive a tanti altri locali italiani che non riapriranno. “Per fortuna non abbiamo dovuto lasciare a casa nessuno, chi era assunto ha percepito la cassa integrazione e adesso si riparte tutti assieme”, racconta. Le regole per riaprire sono in vigore dall’11 ottobre, ma al Plastic hanno preferito aspettare: “Sappiamo di essere nel mirino più di altri, quindi ci siamo dati il tempo di mettere a posto ogni cosa, di essere davvero pronti”. E ancora: “La capienza consentita è il 50 percento dei 450 posti disponibili e per sfruttarla sarà comunque necessario rendere accessibile ogni ambiente, e quindi oltre alla sala principale dove si balla saranno sempre disponibili tutte le aree bar e la sala con tavoli e divani”. Niente che lo preoccupi, se non il dispiacere di non poter accontentare tutti. Perché a voler fare i conti per davvero le cose cambiano: “Prima non facevamo il cento percento, prima si faceva il centottanta, ma come tutti”, dice ridendo. E spera che presto la capienza consentita sarà rivista al rialzo: “In altri paesi europei ci si è dati regole diverse, anche meno stringenti, staremo a vedere”.

Regole a parte, sulla voglia della gente di ricominciare Guiducci non ha dubbi: “Desiderio di uscire mi pare di sentirne tanto, di non essere più costretti a invitare soltanto gli amici a casa, che francamente non se ne può più”. Incapace di abituarsi a una metropoli spogliata dell’abito da sera, confessa di essersi rifugiato per nove mesi nella campagna Toscana, sua terra natale. “Dopo tanto tempo credo che vedrò anche dell’emozione in molte delle persone che verranno, e mi toccherà affrettarmi tra un saluto e l’altro sennò finisce che mi commuovo”, assicura. E riflettendo su ciò che rende il Plastic così caro a chi lo ha frequentato, coglie l’occasione per archiviare alcune etichette, a partire da quella di locale trasgressivo: “Mi pare non abbia più molto senso, e comunque per noi non ha mai significato altro che il nostro essere all’avanguardia”. E divertito mi aggiorna: “Oggi preferiscono dire “fluido”, per quel che vale”. Tornando al suo lavoro, invece, accetta volentieri la definizione di artigiano della notte: “Abbiamo sempre lavorato tanto e decisioni al tavolino ne abbiamo prese raramente mentre non è mai mancata la voglia di rinnovarsi, concentrandoci sul futuro più che sugli errori”, ricorda. Di previsioni non ne fa: “Ci risentiamo martedì e vi dico com’è andata”. Piuttosto: “Mi piace pensare che siano la spontaneità e la sincerità le cose che le persone cercano tornando al Plastic, e che sarà così anche questa volta”.

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