Il ddl Zan è stato affossato al Senato, ma la cosa non mi stupisce affatto: non mi stupisce, come non mi stupiscono le ignobili esultanze di quella, parafrasando Toscanini, inqualificabile masnada di parlamentari della Repubblica che in un coito di incontenibile libido mercoledì scorso gioivano sulla negazione dei diritti altrui. Scena rivoltante, raccapricciante che, tuttavia, torno a ripetere, non mi stupisce affatto: mi avrebbe meravigliato il contrario in un Paese nel quale una parte molto importante della musica mainstream, quella più ascoltata, visualizzata e cliccata da giovani e giovanissimi, oltre che da un diffuso sessismo a sfondo machista è oramai da diversi anni trasversalmente attraversata da sentimenti di profonda omofobia.

Non si tratta di dettagli o sfumature, non si tratta di aspetti periferici o secondari: si tratta invece di capire quale sia il più diffuso sentimento popolare intorno a un dato argomento andando a consultare la più fedele cartina di tornasole di qualsiasi società moderna, la sua produzione musicale. Perché no, probabilmente non è affatto vero, come è stato più volte ripetuto in questi giorni, che il Paese sia molto più avanti rispetto alla sua rappresentanza parlamentare se, negli ultimi dieci anni o giù di lì, i messaggi più comunemente condivisi e fruiti, dunque identitari, sono spesso e volentieri i seguenti:

1) “Voglio chiudermi in un bar. Poi spogliarti sulla metro. Fare a pugni con quel trans” (dal brano Stanotte, Irama, 2018, nel quale “quel trans” aveva un nome e un cognome reali, Manila Gorio, che, come lei stessa ha raccontato, dal rapper in compagnia di alcuni suoi amici era stata derisa e verbalmente aggredita una notte a Milano);

2) “Se avessi un figlio gay sicuro lo pesterei” (dal brano Merda in testa, Guè Pequeno feat. Salmo, 2012);

3) “Così wow che i ciechi mi vedono, i sordi mi sentono e una lesbica ritorna etero” (dal brano Wow, Emis Killa, 2013);

4) “Secondo me Mengoni è gay, ma non può dirlo perché poi non venderebbe più una copia. Già me lo vedo, in camera arriva una figa, prende il suo cazzo in mano e lui: ‘Lasciami, ti prego!’” (dal brano Non ditelo, Fabri Fibra, 2010); “Pablo sei un pacco, tipo tipa con la sorpresa” (dal brano Le feste di Pablo, Fedez, 2020);

5) “Cazzo vuoi maricòn? – ‘frocio’ in spagnolo, nda – Quando ti becco e m’impicco” (dal brano Bando, Anna, 2020).

Quello appena offerto non è altro che un brevissimo campionario a titolo puramente rappresentativo di un intero mondo musicale che fa da specchio, megafono e collettore alle più retrive e conservatrici idee di amplissimi settori dell’odierna società italiana, restituendone umori e sentimenti specifici in un quadro alquanto allarmante.

Allarmante perché corroborato negli ultimi anni da numerosi fatti di cronaca; allarmante perché rappresentativo di una società molto poco sviluppata sul piano dei diritti civili; allarmante perché, in definitiva, così come quelli sessisti, anche gli attacchi omofobi nella musica italiana di largo consumo non sono negli ultimi anni eventi affatto sporadici: trattasi di atteggiamenti, posizioni, esternazioni che, essendo notevolmente aumentate negli ultimi anni, si configurano in tutta la loro sistematicità, dunque come fatti non congiunturali nel sempre meno progressista ma sempre più conservatore e reazionario mondo della popular music italiana.

Sessismo e omofobia, due dei tratti che maggiormente accomunano il nostro tempo con quello della nostra storia recente da essi maggiormente segnato: il ventennio fascista, lungo e tormentato periodo nel quale le donne valevano meno di zero e gli omosessuali subivano vessazioni e privazioni di ogni genere (a proposito si consiglia, per chi fosse a digiuno di storia italiana contemporanea, la visione del film di Ettore Scola Una giornata particolare).

È dunque un peccato, un dramma, un crimine che il ddl Zan non sia passato al senato (sia qui che in cima scritto appositamente in minuscolo), perché oggi avremmo qualche arma giuridica in più per fermare la violenza verbale e non solo di giovani, meno giovani e adulti poco o per nulla sensibili, anche nel mondo della musica di largo consumo, al rispetto del prossimo e della sua varietà: perché, come hanno ricordato gli avvocati di Valerio Scanu, gravemente diffamato per il suo orientamento sessuale da Fabri Fibra nel brano A me di te: “La musica è libertà, ma insultare squallidamente una persona non è musica e non è arte. Ognuno è libero di manifestare liberamente il proprio pensiero, non di offendere e diffamare una persona”.

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