Il Parlamento europeo porterà la Commissione davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue: il Presidente dell’Eurocamera David Sassoli ha dato mandato ai suoi servizi giuridici di procedere dopo aver ottenuto il via libera dalla Conferenza dei Presidenti, che riunisce i leader dei gruppi politici dell’emiciclo comunitario. Una disputa legale tra le istituzioni europee è cosa alquanto rara, ma consentita dall’articolo 265 del Trattato sull’Unione: un organo comunitario può denunciarne un altro se ritiene che quest’ultimo stia venendo meno ai suoi compiti. In questo caso, l’oggetto della contesa è il meccanismo che vincola l’esborso dei fondi europei allo stato di diritto: un tema tornato caldo dopo lo scontro tra Polonia e Ue seguito alla decisione della Corte Costituzionale di Varsavia che, di fatto, ha rovesciato il principio del primato del diritto europeo su quello nazionale.

Il vincolo sullo stato di diritto è stato approvato nel dicembre 2020, mentre si stava cercando di chiudere l’accordo sullo stanziamento dei fondi del Next Generation Eu, e mai attivato dalla Commissione. Con questo strumento, in vigore ufficialmente dal primo gennaio 2021, Palazzo Berlaymont può aprire una procedura contro uno dei 27 Paesi quando riscontra una “violazione dei principi dello stato di diritto”, che può consistere in una minaccia all’indipendenza della magistratura, nella presenza di conflitti d’interesse nel sistema giudiziario o nella mancanza delle garanzie necessarie per i ricorsi. Il processo prevede poi un dialogo tra lo Stato in questione e l’esecutivo comunitario che, se non risolve il problema, può sospendere l’erogazione dei fondi.

Polonia e Ungheria sono il bersaglio naturale di questo meccanismo, infatti i loro governi si sono strenuamente opposti alla sua approvazione, che è avvenuta a maggioranza qualificata fra i Paesi Ue. Non potendo bloccarlo in sede politica, hanno presentato lo scorso marzo un ricorso alla Corte di Giustizia europea per contestarne la legittimità. L’esito di questa causa sembra scontato, ma ha permesso a Varsavia e Budapest di guadagnare tempo. La Commissione infatti ha preferito finora mantenere una linea morbida, evitando di attivare il meccanismo e motivando la sua esitazione con la necessità di stilare delle “linee-guida” insieme agli Stati membri e con la volontà di attendere il giudizio definitivo della Corte.

Questo atteggiamento è dettato in realtà dalla volontà politica di non esacerbare il conflitto con i due governi nazionali e da una promessa (non vincolante) che Mateusz Morawiecki e Viktor Orbán avevano ottenuto alla fine del 2020 dagli altri leader europei per sottoscrivere il bilancio pluriennale dell’Ue, per la cui approvazione è necessario l’assenso unanime degli Stati membri.

Il Parlamento, al contrario, si è mostrato più impaziente di applicare il meccanismo e dopo una serie di risoluzioni è passato all’azione. Come spiegano fonti comunitarie a Ilfattoquotidiano.it, si tratta in sostanza di un modo per incrementare la pressione sulla Commissione e spingerla ad utilizzare un’arma finora tenuta nel cassetto. Quello presentato è infatti un ricorso “in carenza”, in cui si denuncia cioè un’inadempienza dei propri doveri. Ma non è facile dimostrare, a livello giuridico, una mancanza: l’esecutivo comunitario è obbligato a supervisionare quanto accade negli Stati membri, non necessariamente a ravvisare gli estremi per intervenire.

Non a caso, nella lettera inviata dal presidente Sassoli ai servizi giuridici dell’Eurocamera si specifica che il Parlamento ritirerà la procedura legale se la Commissione adotterà le misure necessarie. Non un’ipotesi remota, stando alle parole della presidente Ursula von der Leyen nel suo ultimo intervento parlamentare. La presidente ha espressamente citato il meccanismo come una delle opzioni sul tavolo per salvaguardare i “valori comuni dell’Ue”. Un intervento deciso contro Polonia e Ungheria appare sempre più vicino.

Non è la prima volta che accade: negli Anni 80 il Parlamento portò in tribunale due volte il Consiglio e lo scorso marzo fece lo stesso con la Commissione, colpevole di non aver imposto visti obbligatori per l’ingresso dei cittadini statunitensi in Europa, visto che il governo Usa li richiedeva a quelli di alcuni Stati membri dell’Ue.

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