Calenda riuscirà a convincere Letta a scaricare il M5s? Ma neanche per sogno. Come si fa a pensare una cosa di questo genere? Una cosa sono le amministrative di Roma, altra cosa sono le elezioni politiche. Sul piano nazionale o il Pd, direttamente o indirettamente, incamera buona parte dei voti del M5s oppure non c’è pappa“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Radio Radicale dal filosofo Massimo Cacciari, intervistato da Lanfranco Palazzolo sull’esito dei ballottaggi.

Cacciari, analizzando il voto a Roma, riconosce il contributo determinante del leader di Azione alla vittoria di Roberto Gualtieri: “Calenda si è comportato bene, è stato indubbiamente quello che ha avuto maggiore successo a Roma e ha dimostrato che, se fosse stato lui il candidato sindaco del Pd, avrebbe probabilmente vinto già al primo turno. Ha avuto un grosso successo personale, che io francamente non mi sarei mai aspettato in quei termini a Roma – spiega – Pensavo che non potesse mai andare oltre il 12–13%. In più, tra il primo e il secondo turno, Calenda si è comportato molto lucidamente, perché di fatto ha dato un’indicazione di voto per Gualtieri. Ha influito il tema dell’antifascismo nel voto? Ma per carità. Può darsi che la manifestazione della Cgil abbia spinto a Roma il voto per Gualtieri, ma si tratta di persone che lo avevano già votato al primo turno, oltre a molti elettori di Calenda”.

L’ex sindaco di Venezia, però, sottolinea: “Alle elezioni politiche funziona diversamente. Ricordo che i tre partiti del centrodestra, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, si troveranno certissimamente insieme di nuovo. Si sono sempre ritrovati alle elezioni nazionali o quando veramente il voto contava, ad eccezione del ’94, quando Bossi ruppe con Berlusconi. Attenzione: a destra funziona in modo completamente diverso rispetto alla sinistra. Ma scherziamo? Se il Pd e i 5 Stelle non trovano un’intesa, alle elezioni politiche la frittata è fatta“.

Circa l’esito del voto alle amministrative, Cacciari osserva: “La cosa molto interessante non è soltanto la gravità estrema dell’astensionismo, che avrebbe fatto annullare un referendum, ma anche la provenienza di questa astinenza dal voto: le periferie, i luoghi di maggiore disagio dove la crisi economica pesta con più forza, i posti dove crescono la povertà e la disoccupazione. Questo astensionismo è chiaramente un segno di disperazione e di sfiducia completa nel fatto che il tuo voto possa migliorare sensibilmente le condizioni in cui ti trovi. Di questo bisognerebbe ragionare – continua – se ci fosse ancora un po’ di sale in zucca in chi ci governa. Certo è che il voto mostra con grande chiarezza la crisi in cui versa Salvini e il quasi annullamento del M5s. La Meloni, invece, non è in grado di recuperare i voti che perde. E da questo trae ovviamente vantaggio il Pd“.

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