L’ex segretario di Stato americano Colin Powell non appartiene più al mondo dei vivi. Da inventore di una dottrina basata sul sostegno dell’opinione pubblica e l’uso della forza militare intesa come hard power a colui che definì il denaro l’ossigeno del terrorismo: “Senza risorse per raccogliere e distribuire il denaro in tutto il mondo, il terrorismo non potrebbe funzionare”. A dirla tutta anche destabilizzare una nazione con una guerra crea terreno fertile per il terrorismo, a mio modesto avviso.

Figlio di immigrati giamaicani, Powell è cresciuto nel South Bronx. Dopo aver frequentato le scuole pubbliche decise di intraprendere la carriera militare. Nel 1962 arriva in Vietnam prima come consigliere militare dell’esercito sudvietnamita, poi come ufficiale. Diventerà un generale a quattro stelle e poi segretario di Stato. Eppure sarà probabilmente ricordato, soprattutto, per aver prestato il suo nome e la sua reputazione agli sforzi dell’amministrazione di George W. Bush per l’invasione dell’Iraq guidata dagli americani nel 2003. Uno dei più grandi errori della sua carriera.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre gli americani prima invasero l’Afghanistan e poi decisero di rovesciare Saddam Hussein in Iraq. Le parole di Powell davanti alle Nazioni Unite il 5 febbraio 2003 rimasero indelebili. Un discorso importante per giustificare i preparativi utili a scatenare la guerra in Iraq. Il tutto incentrato su un qualcosa che verrà smentito solo diversi anni più tardi: le armi di distruzione di massa (WMD) in possesso di Saddam. Powell dichiarò che “non ci può essere alcun dubbio che Saddam Hussein abbia armi biologiche e la capacità di produrne altre rapidamente. Abbiamo inoltre la certezza che Saddam stia lavorando per produrre delle armi di distruzione di massa nucleari”. La sua performance davanti alle Nazioni Unite fu esemplare e contribuì a consolidare l’opinione pubblica a favore dell’azione militare.

A contribuire alla compilazione del dossier dell’intelligence statunitense sulle presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein e sui presunti legami del raìs con al-Qaeda fu nel 2001 Ahmed Chalabi, uno sciita, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Baghdad. Chalabi aveva completato brillantemente gli studi negli Usa conseguendo la laurea al Mit. Il suo contributo al dossier dell’intelligence si basò sulle rivelazioni di un disertore iracheno il cui nome in codice era “Curveball”.

In base al rapporto di John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta britannica, sappiamo perfettamente che l’intervento militare Usa in Iraq del 2003, sostenuto caldamente da Tony Blair, venne basato su falsi rapporti. Tarek Aziz, braccio destro di Saddam, dopo il discorso di Powell disse: “Credo che ci faranno la guerra anche se gli consegneremo l’ultimo dei nostri kalashnikov”.

Colin Powell è stato un repubblicano moderato prima di finire a sostenere Hilary Clinton e Joe Biden in quanto in netto contrasto con le posizioni di Trump, considerato un dilettante improvvisatore. La vita di Colin Powell è stata segnata da alti e bassi, il primo uomo nero a diventare segretario di Stato ma anche il più grande sostenitore di una bufala mondiale che ha cambiato il corso della storia.

“Lo rimpiangerò sempre”, ha detto Powell. “È stato un terribile errore da parte nostra e della comunità dell’intelligence… Vorrei che fosse stato diverso, vorrei avere più tempo. Forse se avessi avuto un’altra settimana o due il mio istinto avrebbe capito tutto o sarebbe stato in grado di fare un ulteriore controllo, ma non ho avuto tempo. Ma non sto cercando una scusa”.

Difficile immaginare la vita cumulativa di Powell senza ricollegarlo alla macchia dell’Iraq. È stato sicuramente un uomo “da arena” in quanto tale, i suoi passi sono stati esaminati e criticati più vigorosamente di molti altri politici americani.

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