Lo ha ucciso il Covid, a 84 anni, dopo una vita divisa tra la carriera militare, nel corso della quale è diventato il più giovane e il primo uomo di colore a ricoprire la carica di capo di Stato Maggiore della Difesa, e quella all’interno delle diverse amministrazioni che hanno governato gli Stati Uniti. L’ex segretario di Stato americano sotto George W. Bush, Colin Powell, è morto oggi a causa di complicanze legate al coronavirus. A darne l’annuncio, con un post su Facebook, è stata la sua famiglia: “Il generale Powell, ex segretario di Stato e capo degli Stati Maggiori Riuniti, è morto questa mattina a causa di complicazioni legate al Covid. Abbiamo perso uno straordinario e affettuoso marito, padre, nonno ed un grande americano”, si legge nel messaggio in cui i familiari hanno voluto precisare che Powell era pienamente vaccinato. Bush ha voluto ricordarlo come “un grande servitore pubblico, a partire dall’epoca in cui prestò servizio come soldato in Vietnam. Era altamente rispettato in patria e fuori. E, ancora più importante, Colin era un uomo di famiglia e un amico. Laura e io mandiamo ad Alma e ai loro figli le nostre sincere condoglianze”.

Nato negli Stati Uniti da genitori di origine giamaicana, dopo la laurea Powell iniziò la propria carriera militare prestando servizio in Vietnam, ma già nel 1972 iniziò a ricoprire ruoli di rilievo alla Casa Bianca, prima come assistente del sottosegretario Frank Carlucci nell’amministrazione Nixon e successivamente come aiutante del segretario alla Difesa durate le presidenze di Jimmy Carter e di Ronald Reagan per poi diventare, sempre con quest’ultimo, consigliere per la Sicurezza Nazionale.

Il primo traguardo storico della sua carriera avviene però nel 1989, a 52 anni, quando diventò il più giovane capo di Stato Maggiore della Difesa e il primo uomo di colore a ricoprire questo incarico. Un ruolo nel quale Powell visse anche l’operazione Desert Storm durante la Prima Guerra del Golfo. Il culmine, però, lo ha raggiunto negli anni tra il 2001 e il 2005, quando Bush lo scelse come segretario di Stato. Anche in questo caso si ritrovò a gestire l’invasione americana dell’Iraq del 2003.

Ma paradossalmente fu questo, insieme alle indagini a cui prese parte sul massacro di My Lai, in Vietnam, nel 1968, uno dei punti più bui della sua carriera. È rimasto nella storia, ormai, il suo intervento di fronte al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, durante la quale sventolò in aria una boccetta nella quale, sosteneva, si trovavano le prove del fatto che Saddam Hussein, l’ex Raìs di Baghdad, fosse entrato in possesso di armi di distruzione di massa. Una “prova” fabbricata ad arte per giustificare l’intervento militare americano, un falso, come ammise anche lui in seguito, che provocò una guerra sanguinosa, le cui conseguenze sulla popolazione civile e sul futuro del Paese sono evidenti ancora oggi. Lui stesso definì quel 5 febbraio 2003 “una macchia” sulla sua carriera.

Così come lo fu anche l’esito delle indagini sul massacro di My Lai che lo videro protagonista. Tornando in patria, Powell sostenne che non esisteva alcun problema nelle relazioni tra i militari americani e i civili vietnamiti. Una versione sconfessata da una successiva inchiesta del giornalista premio Pulitzer, Seymour Hersh, che svelò al mondo la verità su quel genocidio.

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