di Carmelo Sant’Angelo

“Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Questa frase è incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau.

Questa sciagura è toccata anche a Giorgia Meloni. Ogni mattina è costretta ad assistere al risveglio della stessa marmotta. Il simpatico roditore esce dalla tana, come nel celebre film con Bill Murray, calzando dei lucidi anfibi, modello Vox 2021, e salutando igienicamente. Dopo le rituali presentazioni (io sono Giorgia, sono una donna, sono etc. etc.), insieme ricordano i bei tempi del Fronte della Gioventù, quando ancora il segretario del partito si chiamava Fini. Un serio conservatore che, sul divanetto del Costanzo Show, diceva che non avrebbe mai affidato suo figlio a un maestro omosessuale. Lo stesso leader che in una intervista alla stampa definiva Benito Mussolini “il più grande statista del secolo”.

Era il mondo che Giorgia conosceva e nel quale si sentiva al sicuro. Ad un tratto, però, accade l’imprevisto: Fini capisce che, per assumere responsabilità di governo, deve fare i conti con il passato. Avvia una inesorabile metamorfosi politica: si reca alle Fosse Ardeatine; compie la “svolta di Fiuggi”; fonda Alleanza Nazionale rinunciando alla fiamma tricolore; approva il cosiddetto “emendamento Palmesano”, con il quale conferisce credibilità internazionale al nuovo soggetto politico (è un documento di condanna dell’antisemitismo, delle leggi razziali e del regime fascista, “che aveva conculcato le libertà civili”); dà vita all’Elefante (un cartello elettorale con Mariotto Segni), ventilando la possibilità di superare anche Alleanza nazionale; indossa la kippah ed entra allo Yad Vashem definendo il “fascismo male assoluto”; alla vigilia del referendum sulla procreazione assistita, annuncia che avrebbe votato sì al quesito che intendeva abrogare la legge voluta dal centrodestra.

Non si tratta di una metamorfosi indolore, in considerazione che lo stato maggiore del suo partito era ancora impegnato a organizzare pellegrinaggi a Predappio. Paga il prezzo della svolta con una serie di scissioni: i fedeli di Pino Rauti lo abbandonano e si rifugiano nella Fiamma Tricolore; la Mussolini, insieme a Luca Romagnoli, Adriano Tilgher e Roberto Fiore, fonda un nuovo partito di destra, Libertà di Azione (in seguito noto come Azione Sociale); Storace fonda la “Destra”, a cui si uniscono Teodoro Bontempo e Daniela Santanchè.

L’astio politico dei nostalgici si manifesta in tutta il suo livore ai funerali di Pino Rauti, dove Fini viene accolto tra gli sputi e i fischi. Solo l’intervento di Isabella Rauti consente la prosecuzione della funzione religiosa.

Oggi Fratelli d’Italia ha riportato indietro le lancette della storia: la fiamma tricolore continua ad ardere; Isabella Rauti, La Russa, Storace e la Santanchè sono dirigenti di primo piano, mentre Enzo Palmesano è stato immediatamente epurato dopo la svolta di Fiuggi. I nostalgici sono tornati all’ovile e tra i candidati ritorna a brillare il nome di Mussolini (da ultimo, Rachele e Caio Giulio Cesare).

Il partito della Meloni è orgoglioso di veleggiare controvento. È contro: il matrimonio omosessuale, le unioni civili gay, le misure di contrasto/prevenzione dell’omofobia; l’eutanasia; la legalizzazione della cannabis; lo ius soli e/o lo ius culturae; l’introduzione del reato di tortura; la legge Mancino (legge che contrasta nazifascismo e razzismo); la società multiculturale; i vaccini anti Covid, sui quali ha manifestato una immatura ambiguità.

Ciò che risulta più desolante è che siamo in presenza di un soggetto politico renitente ad accettare le fondamenta antifasciste della nostra Repubblica. Ma il tempo si è fermato al Fronte della Gioventù e nulla può cambiare nel mondo di Giorgia, altrimenti la marmotta non si risveglierà.

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