Gli organizzatori dei live erano stati chiari, l’obiettivo doveva essere uno: allentare i protocolli per i concerti dal vivo consentendo le capienze al 100%, grazie all’utilizzo della mascherina ma soprattutto del Green Pass. In una pagina apparsa sui maggiori quotidiani in data 24 settembre tutti uniti in un fronte comune, le agenzie live chiedevano di aprire un tavolo con Governo e Cts per discutere sulle capienze e per arrivare a fare come in Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Inghilterra, Israele, Lettonia, Lituania, Olanda, Stati Uniti, Svizzera, Ungheria, dove i concerti sono a capienza piena. Il motivo di questa richiesta? Molto chiaro: “Ricordiamo che da marzo 2020 il nostro settore, in particolare quello dei grandi eventi, in Italia è completamente fermo. Che dal nostro compartono dipendono centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il loro lavoro con grave incertezza personale e delle loro famiglie”. La decisione del Comitato Tecnico Scientifico non va in questa direzione: può salire la capienza di cinema, teatri e sale da concerto e passa infatti al 100% se all’aperto, all’80% se al chiuso. Per quanto riguarda le strutture sportive, 75% all’aperto e 50% al chiuso (al momento la capienza massima è di 55% e 25%). Detto in poche parole, addio ai palazzetti per i live per il prossimo periodo. Capienza comunque bassa (80%) per gli spazi più piccoli, come i teatri. Impossibile dunque coprire i costi. Impossibile programmare. Stagione autunnale e invernale in forte rischio. “Una sciagura“, così aveva definito questa ipotesi Ferdinando Salzano della Friends & Partner. E anche dalle parti della SIAE finalmente qualcuno si fa sentire: “Le decisioni assunte dal Comitato Tecnico Scientifico relativamente all’aumento delle capienze dei luoghi di spettacolo tra il 75% e l’80% sono insufficienti e francamente non oggettivamente motivate. Paradossalmente in Italia abbiamo il numero di vaccinati più alto d’Europa e le misure più restrittive – si legge in un comunicato – Rinnoviamo il nostro invito a firmare l’appello su www.cultura100x100.it che in pochi giorni ha già raggiunto circa 15 mila firme.Un intero comparto, quello dell’industria della cultura, dello spettacolo e dell’intrattenimento rischia di essere cancellato, soprattutto con riferimento a quei settori (musica, concerti, discoteche e locali da ballo) che non vivono di contributi pubblici. Ormai è un rischio reale e vicino e per capirlo basterebbe un po’ di buonsenso”. Emblematiche le parole di Vincenzo De Luca di Live Nation prima che arrivasse la decisione del Cts: “Abbiamo perso il 99% di ricavi. Siamo vivi perché abbiamo avuto qualche ristoro non sufficiente, con le nostre forze non abbiamo licenziato nessuno, abbiamo pagato gli stipendi ottobre-novembre parziali con una parte dei fondi dello Spettacolo. Oggi tutti i nostri dipendenti hanno lo stipendio pieno. Solo col 100% delle capienze possiamo ripartire“. Così non è. Che ne sarà della musica? Il Cts ha comunicato che queste capienze verranno aggiornate tra un mese, per il 2022.

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