Con scoramento, nei centri antiviolenza, abbiamo appreso della lunga sequela di femminicidi avvenuti dai primi di settembre. Dall’inizio del mese sono stati sette in nove giorni su un totale di 83 donne nel 2021.

Lunedì è stata uccisa Sonia Lattari a Fagnano Castello, nello stesso giorno ad Agnosine, Giuseppina De Luca e ancora Rita Amenze, Eleonora Di Vicino, Angelica Saklis, Ada Rotini e Chiara Ugolini e prima di loro, tutte le altre. Piera Muresu invece è sopravvissuta ai due proiettili esplosi da Adriano Piroddu che poi si è suicidato. Dal suo letto d’ospedale, Piera (così ho letto su alcuni quotidiani), ha descritto lo sguardo del compagno che le stava sparando, senza vedere più in lei la compagna ma un’estranea, una nemica da colpire o abbattere a qualunque costo e a qualunque prezzo che sia lasciare figli orfani o affrontare il carcere o il suicidio.

I femminicidi non calano e restano costanti negli anni, lo ripetiamo da anni. Si lavora ad un cambiamento culturale, si promulgano leggi e realizzano progetti per tutelare le donne ma le resistenze culturali restano fortissime. Ci sono anche a livello politico lacune e ritardi imperdonabili come quello del governo che non ha ancora varato il nuovo Piano Nazionale antiviolenza scaduto nel 2020.

Antonella Veltri, presidente Dire ha commentato con amarezza i femminicidi che sono avvenuti negli ultimi giorni: “Non è più accettabile contare il numero dei femminicidi in Italia. È indispensabile che le istituzioni tutte si facciano carico della mattanza cui stiamo assistendo, con urgenza e concretezza. Dalla magistratura alle forze dell’ordine siamo tutte e tutti coinvolte/i – prosegue Veltri – Noi siamo in prima linea, ma i centri antiviolenza da soli non bastano. Tanto più che sta per chiudersi il 2021 e del nuovo Piano nazionale antiviolenza, scaduto nel 2020, finora abbiamo solo sentito parlare. Chiediamo un impegno concreto perché si mettano in campo nell’immediato misure per affermare il rispetto dei generi e prevenire la violenza alle donne, partendo da quanto prevede la Convenzione di Istanbul, che è legge dal 2014 ma resta sostanzialmente inapplicata. E a pagare con la vita sono ancora una volta le donne”.

Dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, quella Carta tanto invocata quanto non rispettata, da nord a sud della Penisola si misurano due forze di pari entità e contrarie: quella mossa da chi vuole relazioni libere dalla violenza e quella mossa da chi resiste al cambiamento, che vi si oppone con determinazione. Desiderio di libertà e voglia di autoritarismo e potere si giocano anche sui corpi delle donne. Sono forze che si misurano nei tribunali, nei sevizi sociali, nei consigli comunali, nelle scuole e università, negli ordini professionali, sui social saturi di odio soprattutto verso le donne.

Si parla di femminicidio e lo si nega; si incoraggiano le donne a denunciare ma poi si archiviano tante, troppe denunce. Lo svelamento di ciò che si commette tra le mura di casa, viene derubricato a “conflitto” o anche a “fatto accidentale”: così motivava un gip, l’archiviazione di una denuncia fatta da una donna che era dovuta ricorrere alle cure del Pronto soccorso dopo essere stata malmenata dal marito per l’ennesima volta. Quel giudice aveva visto la piccola punta di un iceberg, solo un ampio livido su una gamba ma sotto la superficie della routine, del sovraccarico di lavoro (sappiamo che le procure sono oberate) o dei pregiudizi che rendono invisibile la violenza, c’erano vessazioni e maltrattamenti a cui assistevano anche bambini che pregavano il padre cocainomane, di tornare ad essere quello di un tempo.

Quella donna non ha più denunciato ed è tornata a casa e si spera che non vada incontro ad un’altra morte accidentale. Questa è solo una delle tante storie che spiega perché solo due donne su dieci denuncia violenza in famiglia.

Si contrasta la sottocultura sessista con la consapevolezza che si naviga in un mare di contraddizioni. Si installano le panchine rosse dedicate alle vittime di femminicidio e c’è chi le vandalizza e c’è un paese intero che applaude il feretro di un uomo che si è suicidato dopo aver ferito gravemente la compagna.

E c’è un consigliere comunale a Porto Torres, non il primo politico ad essere condannato per violenza, che patteggia 1 anno e 4 mesi per maltrattamenti ma non si dimette e resta al suo posto ritenendosi degno di rappresentare ancora lo Stato.

E in mezzo a queste mille contraddizioni continuiamo a ripetere e a chiedere quel cambiamento che una parte del Paese nega, stanche di contare i femminicidi.

@nadiesdaa

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La violenza sulle donne è un crimine che va combattuto come le mafie. Per questo servono scuola, competenze e welfare

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