Nei giorni scorsi mi ha contatto un’insegnante di religione della Sardegna inviandomi la fotografia di un bollettino postale intestato all’ufficio scuola dell’insegnamento della religione cattolica. Accompagnato a questo c’era una lettera che ricordava di pagare i “diritti amministrativi”.

La collega (che ha chiesto l’anonimato per non rischiare il posto di lavoro) mi ha spiegato che ogni anno le tocca pagare circa 100 euro. Pena: la perdita dell’idoneità da parte del Vescovo. La questione mi è sembrata talmente assurda che ho fatto una piccola indagine per sapere se si trattasse di un caso o no.

Da Palermo, un amico docente di religione mi ha confermato che la sua diocesi chiede un contributo “volontario” di 70 euro: “Molti di noi lo chiamano ‘il pizzo'”. A Cremona – mi racconta un altro docente – si paga 50 euro all’anno, per le spese di organizzazione dei corsi di aggiornamento. Per amore della verità va detto che altre diocesi della Lombardia non l’hanno mai applicata. Tuttavia, questa vicenda, va chiarita insieme alle altre che ho sollevato con un mio precedente post che ha raccolto l’attenzione di molti.

Ho capito che è arrivato il momento di aprire un dibattito nell’opinione pubblica in merito ad alcuni questioni: l’idoneità del Vescovo; la formazione dei docenti; il programma d’insegnamento; la spesa dello Stato per i docenti di religione; l’abbattimento del precariato di questi colleghi; l’ora di alternativa. Affronterò questi temi uno ad uno in una serie di post.

La prima domanda che rivolgerei alla Conferenza episcopale italiana è: perché pagare una sorta di “pizzo” per poter insegnare religione cattolica? Se fosse vero che anche in una sola diocesi viene applicata questa “tassa” andrebbe immediatamente tolta. Qualche Vescovo – mi raccontano – chiede questi soldi spiegando che servono per la formazione, ma nessuno è in grado di dire se effettivamente vengono usati per quella causa. Restano alcune perplessità: perché far pagare una formazione che risulta essere obbligatoria? Gli insegnanti delle altre discipline, nella maggior parte dei casi, ricevono una formazione pagata dalla stesse scuole.

Davvero le diocesi non hanno quattro soldi da spendere per migliorare la qualità dell’insegnamento? È singolare che la Chiesa pretenda che lo Stato paghi gli stipendi degli insegnanti di religione e poi chieda agli stessi i soldi per la formazione? È urgente un intervento della Cei perché questo “pizzo”, più o meno ufficiale, sia immediatamente cancellato ove viene ancora applicato. Sono certo che molti docenti di religione concorderanno con me: questa battaglia è fatta per loro, per la loro dignità.

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