di Alessandro Manfridi*

Mi preme rispondere al maestro e giornalista Alex Corlazzoli in merito a una serie di affermazioni che dipingono i docenti di religione cattolica e lo stesso insegnamento in maniera alquanto fuorviante. Tali docenti sono impreparati?

La formazione universitaria quinquennale o più che quinquennale di cui sono forniti i docenti di religione cattolica (lauree magistrali in Scienze religiose o eventuali baccalaureati e licenze in Teologia) non è da meno in quanto a curriculum alle lauree civili ed è a esse equipollente ma non è in alcun modo spendibile per l’accesso ad altre classi di concorso (e non esiste una classe di concorso per i docenti di religione).

Non inganni la notizia del Dpcm del 20 luglio 2021 che mette a bando 5.116 posti di insegnamento della religione cattolica (Irc), perché, essendo i posti un terzo rispetto ai candidati, sono a rischio le cattedre di docenti che lavorano in regime di precariato anche da oltre 20 anni, senza che le graduatorie del concorso 2004 siano andate a totale scorrimento (bloccate dal 2008 al settembre scorso), senza che sia stato bandito un concorso triennale, secondo quanto previsto dalla L 186 del 2003 da 17 anni e senza che siano stati previsti canali di stabilizzazione.

Perché per un precario di altre classi di concorso che ha “racimolato” tre anni di insegnamento il Ministero prevede un concorso straordinario, addirittura assunzione diretta dalle graduatorie di prima fascia, invece per un insegnante di religione precario di 20 e più anni, di per sé già abilitato, presenta un arruolamento ordinario?

Io non nego le ragioni di chi sostiene che l’insegnamento in Italia potrebbe essere rivisto. Posto che il tutto, come è ovvio, è materia di accordi bilaterali, al momento per un docente di ruolo di religione che abbia un’altra laurea non è possibile accedere ad altra classe di concorso, deve comunque fare nuovamente le prove concorsuali dedicate. Se lo Stato dovesse arrivare a istituire un insegnamento di Storia delle religioni sostitutivo all’attuale, cui accedere per prove concorsuali, siamo allo stesso punto.

Ormai preti e suore che insegnano sono ridotti al lumicino. Per quel che riguarda la formazione, come detto, gli studi universitari, che durano dai cinque ai sette anni, non sono da meno degli studi universitari statali. Solo che se eravamo in Germania gli studi aprivano a sbocchi ulteriori, qui in Italia, ad esempio, le recenti proposte di riforma per insegnamento in altre classi di concorso riguarda la laurea magistrale in Scienze storico-religiose statale, la LM64, non i titoli pontifici.

Si noti bene: in Italia l’insegnamento della religione è facoltativo, non obbligatorio. In Europa ci sono nove nazioni dove si insegna una sola religione, tre nelle quali non si insegna alcuna religione, solo sei in cui si impartisce uno studio laico di Storia delle religioni. Nelle altre viene proposto un insegnamento di più religioni: le varie chiese cristiane, l’ebraismo, l’islam.

L’Italia non è uno Stato confessionale, per cui l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo ma in ogni modo è necessario riconoscere che essa è un’ora di cultura e non di catechismo confessionale.

Riassumo. Auspichiamo una riforma dell’ora di religione e una sua rivisitazione perché i docenti della stessa siano formati e riconosciuti dallo Stato? Allora lo Stato, se ritiene di recepire queste richieste, si preoccupi di riconoscere come abilitanti i titoli pontifici di cui sono muniti gli attuali insegnanti e li confermi nell’insegnamento di questa rinnovata materia che, a questo punto, non sarebbe più “cattolica” ma una materia di “Storia delle Religioni”.

Aprendo l’insegnamento della stessa anche a nuovi candidati. Se poi vogliamo proporre dei corsi integrativi ben venga. Ma mettere in mezzo ad una strada insegnanti che lavorano da decenni nelle scuole laiche italiane, seguendo le leggi dello Stato italiano, dopo che non sono stati stabilizzati da 17 anni a questa parte, questo sì, sarebbe sconsiderato.

* Professore, referente nazionale Anief Irc

Riceviamo e pubblichiamo la risposta del blogger Alex Corlazzoli

Apprezzo l’intervento dell’Anief che mi pare, giustamente in quanto sindacato dei lavoratori, preoccupato della questione concorsuale che dell’ insegnamento in se. Rivedere il Concordato è una necessità, così come abolire l’idoneità del Vescovo che resta una prerogativa assurda in una scuola laica. Continuiamo questo dibattito fornendo occasioni per riflettere sul ruolo di questa disciplina e di chi la insegna.

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