I recenti avvenimenti accaduti nel sud della Siria, in particolare nella città di Daraa, hanno causato il rallentamento della piena riapertura del confine con la Giordania, concordata di recente. L’intensificarsi del conflitto e il ritardo nell’apertura di questa importante rotta commerciale potrebbero avere impatti più ampi se non si troveranno al più presto soluzioni valide ed efficaci.

Si prevede che il governo siriano voglia consolidare la sua posizione sulla provincia meridionale, che è strategica, con un occhio a un’ulteriore normalizzazione; poiché sarà difficile riaprire completamente i confini in assenza della piena sovranità statale su questa regione. Quindi, strategicamente l’assalto a Daraa ha senso, in particolare dopo il crollo del piano di riconciliazione di Damasco per la città.

È improbabile che questo conflitto in corso a Daraa tra le forze del regime siriano e i gruppi armati sia un conflitto a lungo termine, il livello di sostegno ai gruppi armati è limitato e non c’è un vero intervento straniero, il che suggerisce che è molto probabile che la battaglia sia vinta dalle forze del regime siriano.

In molte capitali arabe è tangibile la crescente sensazione che dopo un decennio di crisi non ci siano soluzioni immediate per il conflitto in Siria; si sta comunque esercitando una crescente pressione su paesi come la Giordania per iniziare a esplorare nuove opportunità per risolvere la situazione. La Giordania del resto è il paese confinante più colpito dalla guerra con conseguenze che ricadono sull’economia, sulla sicurezza e anche su questioni sociali; in particolare quest’ultimo aspetto è quello che sta interessando il paese in questo particolare momento.

Mentre sono numerosi i motivi che spingono alcuni paesi ad affrontare i problemi in Siria in un modo nuovo, per un paese come la Giordania avvicinarsi alla Siria è necessario per trovare una soluzione e sedare la frustrazione derivante anche dall’immobilità della comunità internazionale sulla Siria e la sua incapacità di risolvere la crisi in corso.

La Giordania e l’Iraq sono direttamente colpiti dalla crisi siriana, così come il Libano. È importante considerare che il conflitto e le sanzioni sono stati terribili per le economie di questi paesi vicini, che sono tradizionalmente partner commerciali chiave con la Siria. Anche altri paesi sono desiderosi di trovare una soluzione alla crisi per vari motivi, non solo per le conseguenze della crisi. Ad esempio, il coinvolgimento della Turchia in Siria ha allarmato anche paesi come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, diffidenti nei confronti di una maggiore presenza turca nella regione, per cui si impegneranno nuovamente con la Siria in chiave anti turca.

I tentativi della Giordania di impegnarsi nuovamente in Siria non sono nuovi; tuttavia, dopo la recente visita del re Abdullah II negli Stati Uniti, la Giordania sembra ancora più attiva nel suo approccio riconciliatore, dando l’impressione che negli Stati Uniti vi sia comprensione sulla necessità di un alleato fidato come la Giordania per garantire i suoi interessi sia a livello economico sia di sicurezza.

L’amministrazione americana invece ha altre priorità: la Russia e la Cina, oltre a impegnarsi con l’Iran per riavviare l’accordo nucleare. In queste circostanze, la Siria non è più una priorità e più una questione tattica. Quindi, se gli Stati Uniti non hanno una visione per la Siria, non sarebbe saggio impedire ai suoi alleati di avviare un’apertura su piccola scala che almeno potrebbe portare soluzioni più concrete in futuro.

Il ruolo dei combattenti iraniani nel conflitto a Daraa sta già incrementando le preoccupazioni in Giordania e aggiungerà ulteriori sfide alla già difficile situazione. Tuttavia, i vantaggi che il regime siriano trarrà dall’apertura delle frontiere con la Giordania in vista di una normalizzazione delle relazioni con gli arabi e poi verso il resto del mondo dovrebbero logicamente incoraggiare i siriani ad affrontare la presenza iraniana per garantire che la Giordania continui il processo di normalizzazione.

Tuttavia, la Giordania ha bisogno di un approccio pragmatico per affrontare queste sfide. Il paese mediorientale dovrebbe adottare le misure necessarie per proteggere i propri confini e svolgere un ruolo chiave nel plasmare il futuro della Siria dopo il conflitto. I primi passi per offrire nuove possibilità per risolvere la crisi possono iniziare con la Giordania.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“In Afghanistan non abbiamo portato né libertà né democrazia. Il 90% dei soldi è stato speso a fini militari, questo è il grande fallimento Usa”

next
Articolo Successivo

Afghanistan, i sindaci pronti ad accogliere le famiglie dei collaboratori in fuga dal Paese. L’Anci: “A disposizione la nostra esperienza”

next