Fra il 2013 e il 2017, decine di migliaia di profughi, in particolare provenienti dalla Siria, sono transitati per la stazione di Milano. Molti di loro, i primi giorni dell’emergenza umanitaria, ancor prima che il Comune di Milano prendesse coscienza di questo flusso, hanno dormito nel mezzanino della Stazione Centrale, in attesa di un treno o un contrabbandiere che li portasse nel Nord dell’Europa. Una famiglia di 15 persone, provenienti dal campo profughi di Yarmuk, a Damasco, dormì una notte sotto un albero di piazza Duca d’Aosta, prima di essere ospitati, con grandi difficoltà, da una chiesa e una moschea.

A migliaia hanno conosciuto il marmo gelido di una stazione che ha cento anni e ha conosciuto un altro esodo, a poca distanza da quel mezzanino, che ha portato verso la morte migliaia di italiani ebrei caricati come bestie su treni in partenza dal binario 21. Su quel mezzanino, ora diventato anonimo, occupato da stand che servono caffè e croissant, in tanti hanno vissuto un limbo fatto di attesa: fuggiti da un paese in guerra, cercando una nuova dignità. Altrettanti italiani, milanesi, si recarono in quegli anni a dare soccorso a quei profughi. Vestiti, panini o anche una parola sono state ancore di speranza per quelli che avevano perso tutto.

Ma è diventato necessario non far cadere questa esperienza, questa storia milanese, nel dimenticatoio perché quel luogo, quel piano ammezzato, dopo le scale mobili, ha significato per moltissimi “sicurezza, vita e attesa”. E non avere nulla che lo ricordi produce il vizio della smemoratezza. Da qui, lancio un appello al comune di Milano per una targa che ricordi quell’esodo. Un simbolo che dica alle generazioni future che non serve essere vicino al mare, alla costa, per stringersi nell’abbraccio del sostegno a chi scappa.

A Milano, gli strascichi di una guerra lontana – i sopravvissuti – transitarono in cerca di una vita migliore. Un simbolo, una scritta commemorativa che ricordi quell’esodo, renderebbe consapevole la nostra città di questa storia. Caro Beppe Sala, mi rivolgo a lei ripetendo la frase: conoscere il passato ci aiuta a conoscere il futuro. Ricordiamo questo esodo.

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