I cazzeggi sull’utilità del grembiulino a scuola – occupavano le pagine dei giornali nelle settimane dell’estate profonda, quando i giornalisti più pigri si nutrivano esclusivamente di agenzie e di “deja lu” per non turbare i lettori sotto l’ombrellone con cose impegnative – hanno trovato in questi giorni interpreti autorevoli e blasonati ai quali, forse per il caldo verrebbe voglia di dedicare indifferenza se non fosse per il retropensiero che, oltre che scrivere, parlino anche per conto terzi.

La punta di diamante è un articolo di Galli della Loggia del 25 luglio dal titolo che già spiega quasi tutto: “L’ideologia è il nodo da tagliare”, in cui risponde al suo collega Panebianco che qualche giorno prima aveva raccolto i luoghi comuni sulla scuola per farne un editoriale. Si riferisce, Galli della Loggia, alla devastazione della scuola, a suo dire causata in primis da una “[…] ideologia, ostile agli insegnamenti disciplinari, all’accertamento del merito, alla selezione, che prima di ogni altra cosa il Paese deve spazzare via se vuole avere una scuola finalmente capace di accompagnarlo sulla strada della sua rinascita”. Arriva a questa mirabile conclusione dopo aver prima descritto le tappe del declino degli ultimi trent’anni. Ce n’è per tutti, o quasi, perfino per il ceto degli industriali (sic!), che “non è stato capace di guardare oltre il proprio interesse”, e per l’amministrazione pubblica che “impoverita di competenze e di competenti, nel campo dell’istruzione è stata solo la fautrice di ogni conformismo didattico e di tutte le iniziative scervellate dei vari ministri”. Già, come non condividere?

Se, però, avesse mostrato il suo scritto a qualche insegnante “normale”, questi gli avrebbe segnalato che fra i tanti problemi dell’istruzione è davvero difficile annoverare l’affermarsi della “funzione ideologicamente democratica della scuola” – roba cattiva adeguamento conformista alle mode del momento – a danno della “funzione socialmente democratica”, roba buona secondo il professore perché “consiste per l’appunto nell’istruzione obbligatoria e di qualità e nell’individuazione dei ‘capaci e meritevoli’ attraverso l’insegnamento dei contenuti delle diverse discipline”.

L’insegnante-cavia gli avrebbe anche spiegato che la scuola inclusiva, quella che cerca di valorizzare tutti cercando il modo giusto per favorire l’apprendimento, non è affatto quella resa facile per livellare tutto al minimo. È quella che, considerando (ideologicamente!) che ogni individuo è portatore di diritti compreso quello all’istruzione, lavora perché sia l’istituzione a farsene carico. Programmi, tecniche di insegnamento, didattica servono a mettere ogni allievo nella condizione di essere formato e valutato, non selezionato.

Di questo approccio vanno fieri parecchi docenti (certamente chi scrive) che hanno lavorato per dare ai meno dotati il necessario per farsi strada, senza tarpare le ali ai più bravi. Ce ne sono tanti di ex-allievi provenienti dalle famiglie arrivate con le valigie di cartone che, proprio grazie all’intervento della scuola, oggi sono in giro per il mondo a occuparsi di cose complesse e prestigiose, oppure siedono nelle redazioni dei giornali o nei board delle aziende. Un aiuto, un incoraggiamento, un sostegno, un intervento competente per molta gente ha fatto la differenza.

Quando i Galli & Panebianco potranno affermare lo stesso impegno con testimonianze dirette dei loro studenti, potranno permettersi le teorie strampalate che espongono dalle colonne del Corriere, offendendo una fetta importante degli adulti di oggi. Selezionare i meritevoli sembra a loro la funzione fondamentale dell’istruzione e, forse, così interpretano la loro attività universitaria, mentre fanno i liberali coi diritti degli altri, anche loro organici di una classe dirigente di cui denunciano, contemporaneamente, il conformismo e la mediocrità.

Non bastano queste considerazioni per opporre alla presa di posizione (questa sì, ideologica!) del professor Galli una lettura diversa del degrado dell’istituzione, che corre in parallelo con il degrado della società intera.

Ai liberisti con qualche nostalgia del passato andrebbero però ricordate due tappe molto liberiste che risultano fondamentali per questa discesa agli inferi. La Riforma Berlinguer dei cicli scolastici e dell’università (3+2), febbraio 2000, peggiorata dalla Riforma Moratti del 2003, tutte e due applaudite dal mondo liberista finto-liberale perché portatrici di “libere scelte educative”, tra l’altro accompagnate dall’istituzione della scuola paritaria come seconda gamba dell’istruzione pubblica (marzo 2000).

La fine della scuola pubblica statale, così “sovietica” nella sua pretesa di essere unica, avrebbe dovuto creare un sistema di scuole private capaci di fornire istruzione, educazione, cittadinanza al pari delle scuole statali, anzi meglio, e capace di migliorarle innescando il circolo della competizione virtuosa: le scuole si contendono gli allievi, liberi di scegliere. Per poco non si arrivò all’approvazione del voucher formativo di cui tanto si parlò in quegli anni: ogni studente sarebbe stato dotato di un buono-studio da spendere nella scuola che preferivano, pubblica o privata che fosse. Tocco finale, “La buona scuola” di Renzi.

E via al filone generoso dei finanziamenti alla scuola paritaria e privata, poi le Università telematiche, le scuole private esamifici, i tre anni in uno, i programmi di studio à la carte, tutte conquiste liberiste finto-liberali per svecchiare la scuola e migliorarne la competitività. I liberisti nostrani a battere le mani, invocando lo Stato solo quando si trattava di distribuire soldi ai loro referenti economici, i prenditori. Sembra che i professori del Corriere abbiano già dimenticato tutto, pronti a lanciarsi in una nuova straordinaria dimensione, dove la scuola deve selezionare, poche balle!

Ma dove stavano costoro? Stavano nelle università, qualche volta a fingere di combattere i meccanismi baronali di selezione, altre volte neanche questo, qualche volta reprimendo lo schifo per le generazioni di studenti che arrivavano a rovinare il clima elitario delle loro aule. Vedevano andare avanti i conformisti che si erano fatti le ossa scrivendo i libri poi pubblicati dai docenti padroni, forti della modestia innocua dei loro sottoposti ai quali prima o poi una sistemazione l’avrebbero trovata. Loro, i professori opinionisti, stavano a formare le future classi dirigenti, quelle che oggi, ben che vada, hanno fatto della mediocrità una virtù preziosa che consente loro non solo di stare a galla, ma di essere consulenti di qualunque governo, editorialisti di qualunque giornale, tutti migliori per definizione, esperti di futuro di cui parlano con la disinvoltura di chi pensa di non aver le responsabilità di un passato.

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