C’è chi era disposto a “inquinare e falsare processi” per “qualche rapporto sessuale” o “un significativo sconto nell’acquisto di una barca”. Chi era pronto a sistemare una sentenza civile in cambio di una “sponsorizzazione” fittizia per la sua barca a vela. Altri ne avevano fatto un “sistema”, trasferito da Trani a Taranto e che avrebbe lambito uno dei processi più importanti d’Italia, quello dell’ex Ilva. Qualcun altro aveva un solo obiettivo: “Ricavare il più rilevante profitto possibile”. E poi c’era chi, come l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis, nascondeva 60mila euro in contanti nelle prese elettriche della sua abitazione. Mazzette in cambio di scarcerazioni facili. Per non parlare dell’arsenale da guerra che avrebbe occultato nelle campagne di Andria. Se lo scandalo Palamara ha imbarazzato l’intera categoria a livello nazionale, gli ultimi anni sono stati complicati soprattutto per i giudici pugliesi. A eccezione di Foggia, infatti, non c’è Palazzo di giustizia che non sia stato colpito da almeno un’inchiesta.

“SESSO E FAVORI” A LECCE
A Lecce l’ex pubblico ministero Emilio Arnesanocondannato a 9 anni di reclusione – ha permesso di ricostruire come l’ex magistrato “asserviva totalmente l’esercizio della sua funzione giudiziaria ad interessi privati per trarne miserevoli vantaggi”. Nelle 120 pagine scritte per argomentare la pena inflitta, il presidente del collegio potentino Federico Sergi, spiega che alcuni degli episodi venuti a galla grazie alle indagini rappresentano “l’acme dello squallore” per “la ferita inferta al prestigio della Magistratura” che Arnesano ha utilizzato “come uno strumento di scambio per ottenere favori sessuali”. Nelle carte emerge come, per ottenere sesso da una avvocatessa leccese, abbia addirittura archiviato l’accusa di evasione per un detenuto che era accusato di omicidio. I giudici scrivono che l’ex pm “non si poneva neppure il problema di valutare per quale reato fosse detenuto l’arrestato, quindi la personalità dell’arrestato e la sua conseguente pericolosità sociale”. Dagli atti infatti risultava che il cliente dell’avvocatessa “stava scontando una pena per vari reati, tra cui l’omicidio: una valutazione diligente di un caso simile avrebbe condotto all’esercizio dell’azione penale per il delitto di evasione, essendo a dir poco inverosimile che un condannato per omicidio possa ignorare la durata di un permesso premio concessogli”. Ma non c’era solo il sesso come merce di scambio per ottenere il suo interessamento. I giudici lucani hanno infatti condannato anche gli ex vertici dell’Asl salentina: 3 anni e 8 mesi all’ex direttore generale Ottavio Narracci e 5 anni per Carlo Siciliano responsabile di Medicina del Lavoro dell’ospedale leccese. Per Narracci l’accusa è di aver corrotto il magistrato per pilotare un processo nel quale era accusato di peculato. In cambio dei suoi interessamenti a favore dei due medici, Arnesano avrebbe ottenuto gratuitamente due battute di caccia e uno sconto di 17mila euro sulla barca di dieci metri comprata da Siciliano oltre all’assunzione per un certo periodo di parenti e amici dell’ex magistrato.

IL PREZZO DI UNA SENTENZA A BRINDISI
Cause pilotate, consulenze per centinaia di migliaia di euro, orologi e macchine costose, sponsorizzazioni fittizie ad associazioni sportive fatte da privati in favore della sua barca a vela. Sono queste le utilità che – secondo la procura di Potenza – avrebbe intascato il giudice civile di Brindisi Gianmarco Galiano, arrestato a gennaio scorso con l’accusa di aver ottenuto denaro grazie alle cause di risarcimento per decessi per incidenti stradali o addirittura per la disabilità di un bambino causata da una malformazione seguita a una presunta colpa medica. Nell’inchiesta, che conta un totale di 21 indagati, sono coinvolti a piede libero altri due magistrati, Francesco Giliberti e Giuseppe Marseglia.

SULLA PELLE DEGLI OPERAI MORTI A TARANTO
“Per gli amici, i favori. Per gli altri, la legge”. Carlo Maria Capristo, ex procuratore capo di Trani e di Taranto, aveva una sorta di regola d’oro. E sulla base di quella massima gestiva la sua funzione di magistrato inquirente “orientata nel senso tipicamente corruttivo-collusivo” secondo il gip Potenza che ha disposto nei suoi confronti pochi giorni fa l’obbligo di dimora. “Un asservimento durevole della funzione giudiziaria” per ricevere in cambio “sia un sostegno lobbistico alle sue aspirazioni di carriera che benefici materiali”. Accanto a Capristo c’era l’avvocato Piero Amara: il legale, finito in carcere, era già stato arrestato per i falsi dossier su Eni. Dopo il primo arresto per le pressioni sulla pm di Trani Silvia Curione, questa volta Capristo è accusato di aver insinuato amici avvocati nelle grandi vicende giudiziarie che la procura ionica conduce contro l’ex Ilva. Oltre ad Amara, nel collegio difensivo dell’Ilva in As, ci sono le nomine dell’avvocato Giacomo Ragno, già condannato per il “Sistema Trani” come difensore di alcuni dirigenti dell’Ilva imputanti nel maxi processo Ambiente svenduto. Ma è soprattutto nei procedimenti penali per la morte di due operai che è apparsa la drammaticità della vicenda. Capristo, infatti, tramite il consulente Ilva e suo amico Nicola Nicoletti, avrebbe fatto nominare avvocati a lui vicini per difendere i dirigenti accusati di omicidio colpo per gli indenti mortali di Giacomo Campo e Alessandro Morricella. Una nomina che avrebbe, secondo l’accusa, garantito agli imputati una strada privilegiata per la chiusura del procedimento penale. E ai familiari degli operai, invece, la dimostrazione dell’assenza di giustizia.

IL SISTEMA TRANI
“Ricavare il più rilevante profitto possibile”. È questo secondo il tribunale di Lecce l’obiettivo dell’ex gip di Trani Michele Nardi, condannato a novembre 2020 a 16 anni e 9 mesi di carcere perché ritenuto a capo di associazione a delinquere che in cambio di denaro e regali costosi orientata le inchieste. Oltre al carcere per Nardi è stata disposta anche l’estinzione del rapporto di lavoro con lo Stato e la confisca di beni, in solido con altri imputati, per un valore complessivo di 2 milioni e 200mila euro. Nella stessa vicenda sono coinvolti altri due magistrati tranesi giudicati con rito abbreviato: l’ex pubblico ministero Antonio Savasta, condannato a 10 anni, e Luigi Scimè condannato a 4 anni e anche lui costretto a lasciare la toga. I fatti ruotano intorno all’imprenditore barese Flavio D’introno che in cambio di aiuto per numerose e burrascose vicende giudiziarie che lo vedono alla sbarra per usura e altri reati sovvenziona “sistematicamente” Nardi e Savasta “in cambio della tutela dei suoi interessi nell’ambito di numerose vicende giudiziarie penali, tributarie e civili”. A questi si aggiunge poi anche un ispettore di polizia, Vincenzo Di Chiaro, ritenuto “longa manus operativa tanto di Savasta quanto di D’Introno” e condannato a oltre 9 anni di carcere. Nardi – secondo il tribunale – è colui che stabilisce le regole organizzative dell’associazione e che stabilisce la ripartizione dei profitti, tanto che riserva a sé una percentuale fissa su tutte le “pratiche” che saranno gestite dal gruppo. Savasta agisce attivando le più disparate iniziative giudiziarie, tutte portate avanti con “una evidente distorsione dei poteri e doveri connessi alla pubblica funzione” perché “costantemente piegati al soddisfacimento di interessi privati”. Di Chiaro ha avuto, sempre secondo i giudici, il compito di predisporre false relazioni di servizio e comunicazioni di reato, tutte puntualmente “canalizzate” in modo tale da farle pervenire direttamente a Savasta. Quello che emerge è un quadro caratterizzato “da gravissime pressioni, omissioni, alterazioni di dati processuali, falsificazione di prove e di documenti, persino di interi fascicoli processuali nel contesto di uno stabile asservimento delle pubbliche funzioni ad interessi privati”. Nella vicenda è stato condannato a 4 anni di reclusione anche l’imprenditore Luigi D’Agostino, ex socio di Tiziano Renzi che, in accordo con Savasta, avrebbe versato tangenti nel 2015 e controllato le dichiarazioni di alcuni testimoni in un’indagine sui reati fiscali di società riconducibili a se stesso affinché non venisse mai fuori il suo nome. E di nuovo compare il nome dell’avvocato Giacomo Ragno, condannato a 2 anni e 8 mesi, per aver individuato e messo a disposizione del sistema un uomo disposto a fornire false dichiarazioni e salvare D’introno da una delle vicende che lo coinvolgevano.

ARMI E DENARO A BARI
“Delinque fino all’ultimo momento, e oltre” l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis, finito in carcere con l’accusa di corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato penalista Giancarlo Chiarello. Anche a Bari, il motore della devianza del magistrato è il denaro: mazzette in cambio di scarcerazioni di indagati. Non importa il calibro del criminale: più sono colpevoli e più alta è la somma da pagare. Persino elementi di spicco della criminalità organizzata barese e foggiana riescono a lasciare il carcere grazie a De Benedictis e all’avvocato Chiarello, collettore di denaro per conto del giudice a cui destinava le richieste di scarcerazione. “Un’amicizia fondata su un illecito mercimonio della funzione giurisdizionale” che non si è affievolita nemmeno di fronte alla certezza che presto sarebbero stati arrestati. La loro “proclività a delinquere – si legge negli atti d’inchiesta – non è scemata neanche davanti alla consapevolezza del Chiariello di essere oggetto delle propalazione accusatorie dei collaboratori di giustizia e del De Benedictis di essere sottoposto ad indagine da parte della Procura di Lecce e che, in attesa della prevista restrizione cautelare, non disdegna l’ennesima dazione corruttiva”. Incassare, insomma, fino all’ultimo euro. Prima della tempesta. Durante le perquisizioni i carabinieri riescono a ritrovare 60mila euro nascosti nelle prese elettriche dell’abitazione del giudice. Ma soprattutto la somma di 1 milione e 300mila euro in contanti nascosti in tre zaini a casa del figlio dell’avvocato Chiarello. Ma c’è di più. Parallelamente anche la Squadra mobile di Bari sta indagando su quel magistrato che ama le armi. Nelle campagne di Andria i poliziotti scoprono un vero e proprio arsenale composto da mitragliette Uzi, fucili kalashnikov, mitragliatori d’assalto come M12 e Ar15, novantanove pistole, mine anticarro, bombe a mano, altri fucili, carabine di precisione, più circa 3.400 detonatori e 10 silenziatori per bombe a mano. De Benedictis e un caporal maggiore dell’esercito vengono descritti dal gip di Lecce come “autentici trafficanti in armi da guerra”. Di chi sono quelle armi? Del giudice, in gran parte, ma gli inquirenti non escludono che pistole, fucili e mitragliatori che siano in realtà “di soggetti terzi appartenenti a persone orbitanti nell’ambito della criminalità organizzata locale”.

GLI ANTICORPI
La magistratura possiede “gli anticorpi necessari per colpire i comportamenti devianti” e ha “ancora una volta nella nostra regione, dimostrato di saper guardare al proprio interno e individuare le più gravi criticità”. Sono le parole utilizzate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone de Castris, dopo l’arresto di De Benedictis. Eppure nell’opinione pubblica qualcosa sta cambiando. I tanti magistrati onesti che quotidianamente svolgono il loro lavoro, devono imparare a difendersi dai loro stessi colleghi infedeli. E non solo con indagini e processi. Il procuratore di Potenza Francesco Curcio – che indaga sui magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto – ha ribattezzato i suoi colleghi travolti da bufere giudiziarie “gli Arnesano” che “ci sono, ci sono stati, probabilmente continueranno ad esserci”. Perché? Perché all’interno della magistratura sopravvive un “girare la testa, un certo voltare la testa dall’altra parte, un certo modo corporativo di intendere il nostro mestiere” che diventa ”il terreno, il sostrato su cui Arnesano e gli Arnesano possono delinquere”. E quindi è la stessa magistratura che deve potenziare quegli anticorpi, rimettendo in discussione anche i criteri di valutazione e di assegnazione di responsabilità ai magistrati che sono diventate spesso una prassi consolidata in grado di creare “guasti giganteschi”. Per Curcio “i reati commessi da Arnesano sono, a mio avviso, la perfetta espressione di un modo di intendere l’attività di magistrato”: la “conquista di una postazione” che, una volta raggiunta priva alcuni colleghi di “interesse per l’attività che svolge” e di “amore per le cose che fa, per le carte che deve studiare”. Incentivi che evidentemente qualcuno ha trovato altrove: nel sesso, nel denaro, nel potere.

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