Un imprenditore veneziano da due mesi è detenuto in un carcere del Sudan per un’accusa di frode inserita in un intrigo internazionale di cui si dice vittima. “Dormo per terra insieme ad altri detenuti. L’ambasciata e mio padre mi portano da mangiare una volta al giorno. Non ho mai visto un carcere prima, non mi era mai capitata una cosa del genere, ma quello in cui sono rinchiuso dall’1 aprile è tremendo. Sono qui a causa di una persona che non ho mai incontrato e con cui non ho mai avuto nulla a che fare”. È questa la drammatica testimonianza del quarantaseienne Marco Zennaro, rimbalzata in Italia attraverso la famiglia.

Si sono attivati i canali diplomatici della Farnesina per dare assistenza al connazionale e sbloccare una situazione kafkiana e preoccupante, soprattutto dopo che è stato trovato annegato nel Nilo il mediatore con il quale l’italiano aveva trattato la vendita di una partita di trasformatori elettrici destinata alla Sedec, la società nazionale di energia elettrica. Ayman Gallabi è morto, secondo una versione ufficiale, durante un’immersione sub, ma la famiglia di Zennaro non ne è convinta e teme altre cause.

Gallabi aveva acquistato la fornitura con il finanziamento di Abdallah Esa Yousif Ahamed, un militare che fa parte del clan del potente generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, capo di Rsf (Rapid Support Force), le milizie che operano nella capitale Khartoum e che furono protagoniste durante il golpe del 2019. È stato proprio Abdallah a far arrestare l’imprenditore italiano, accusandolo di frode nella fornitura di apparecchi elettrici.

L’azienda di Zennaro opera in Sudan da un quarto di secolo e l’attività legata ai trasformatori elettrici fu avviata dal padre in terra africana. A marzo una prima contestazione della fornitura. Secondo Gallabi c’era una difformità tra le caratteristiche tecniche e i parametri indicati nei certificati di collaudo. È per questo che Zennaro ha preso un aereo e ha raggiunto Khartoum. Qui si è sentito contestare la fornitura, sulla base di un’analisi di laboratorio effettuata da una ditta concorrente. A sua volta ha replicato che ci si sarebbe dovuti affidare a un soggetto neutrale. Per tutta risposta è stato denunciato e arrestato per frode.

In un primo tempo è rimasto agli arresti in albergo. Avrebbe a quel punto trattato con Gallabi (ora defunto) versando 400mila euro. Ma non bastava perché Abdallah chiedeva altri 700mila euro. Mentre stava per imbarcarsi su un aereo per tornare a casa, Zennaro è stato arrestato di nuovo. E questa volta è finito in una cella della Polizia. Le sue condizioni di salute avrebbero richiesto un ricovero in ospedale, ma finora non si è provveduto.

Secondo quanto ha riferito la famiglia, le richieste di pagamento – per intimidirlo ancor di più – sono state accompagnate da riferimenti al caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito e ucciso in Egitto nel 2016. “Regeni! Regeni! Paga”, gli è stato detto. Questo il messaggio (riportato da Il Gazzettino di Venezia) spedito dal segretario di Abdallah al padre di Zennaro: “Il problema, signore, è che la fiducia tra tutte le parti è crollata e il motivo è Gallabi. Questo è il motivo per cui il signor Abdallah non permetterà che i suoi soldi vengano pagati attraverso un credito bancario… Vuole i suoi soldi in contanti fino al rilascio di Marco. Spero che si trovi una soluzione, perché la situazione di tuo figlio è difficile in carcere… ho parlato con la polizia per farlo sedere in un ufficio, non in cella, e per essere trattato con gentilezza… Ma credimi, fai il tuo lavoro e salva tuo figlio da questa tragedia”.

Zennaro è chiuso in una cella con altri 30 detenuti e una temperatura infernale. Della vicenda si stanno interessando il ministro degli esteri Luigi Di Maio e il presidente della Commissione esteri della camera, Piero Fassino. Gianluigi Vassallo, ambasciatore in Sudan, sottolinea: “Il personale dell’ambasciata segue il caso, portando in cella generi alimentari”.

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