In questi giorni stiamo assistendo a un rilancio delle richieste delle organizzazioni non governative affinché i vaccini anti Covid siano considerati un bene comune globale e sia sospesa la normativa sui brevetti che li tutela per favorire la distribuzione gratuita dei farmaci nei Paesi poveri.

Il percorso di privatizzazione della sanità, evidente negli ultimi decenni nei paesi occidentali, ha reso la salute un privilegio anziché un diritto fondamentale di ogni individuo. Il desiderio che ognuno di noi avverte di tornare alla normalità è legato al raggiungimento di un’ampia copertura vaccinale, una sicurezza sanitaria che un Paese come il nostro può ancora permettersi.

Nel giugno 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità ha istituito il Covax (acronimo di Covid 19 Vaccine Global Access), un consorzio di soggetti pubblici e privati (incluse le case farmaceutiche per fare vetrina) che si autofinanzia per acquistare dosi vaccinali a favore dei Paesi più poveri, al quale hanno contribuito gli Usa con 4 miliardi di dollari mentre Russia e Cina hanno conferito milioni di dosi. Obiettivo? Distribuire due miliardi di sieri entro la fine del 2021 per vaccinare il 27% della popolazione in 92 Paesi. Un intento encomiabile ma insufficiente per sconfiggere il virus. Il restante 73% della popolazione dei Paesi meno industrializzati resta scoperto.

Purtroppo anche il programma Covax, stando ai dati di fine marzo, procede a rilento rispetto alle previsioni e segnala l’inoculazione di appena 32 milioni di dosi, un quantitativo con il quale si vaccina poco più di un quarto della popolazione italiana (il nostro fabbisogno per coprire il 70% della popolazione è calcolato in 84.342.495). Di questo passo, a fine anno, 9 cittadini su 10 dei Paesi più poveri rischiano di non essere ancora vaccinati. I ritardi delle aziende farmaceutiche nella distribuzione dei vaccini ai Paesi ricchi si sono resi ancora più evidenti nei confronti dei Paesi poveri: diversi di questi non sono stati nemmeno in grado di stipulare accordi con le imprese produttrici. Chi troppo e chi nulla. Gli Stati Uniti hanno accumulato un enorme surplus di dosi che le organizzazioni umanitarie hanno inutilmente chiesto di mettere a disposizione dei Paesi più bisognosi.

In questa dinamica perversa, che continuerà a provocare malattie e lutti, si inseriscono pesantemente le errate stime sui tempi di consegna legate alla fame di profitto delle aziende farmaceutiche che hanno sovrastimato la loro capacità di coprire le produzioni promesse. Il senso dell’appello, inizialmente lanciato nell’ottobre scorso da India e Sudafrica chiedendo la revoca dei brevetti legati ai vaccini, consentirebbe di mettere in comune le conoscenze e di estendere in tempi rapidi la copertura vaccinale a tutti i Paesi, superando le inevitabili difficoltà di produzione che si stanno incontrando. Inoltre, la messa in comune delle informazioni potrebbe aiutare a elaborare nuovi prodotti con minori controindicazioni.

AstraZeneca che ha realizzato il siero più economico (1,78 euro a dose, rispetto ai 15,10 di Moderna secondo i prezzi pattuiti con l’Ue) ha dichiarato che per il 2021 riuscirà a coprire soltanto il 18% della popolazione mondiale, ma anche questa stima effettuata a ottobre va vista al ribasso.

I proventi per le aziende farmaceutiche sono già stati assicurati: i ricavi di Pfizer sono stimati in 15 miliardi di dollari, un abisso rispetto ai due miliardi di costi sostenuti da corpose iniezioni di denaro pubblico. Di fronte all’emergenza, i governi (quindi i contribuenti) hanno finanziato in proporzione mai vista le case farmaceutiche (16 miliardi di euro dall’Unione europea), senza però porre vincoli a tutela della comune utilità in termini di prezzi del prodotto e di accesso alle tecnologie. Ciò è frutto di un’idea di privatizzazione della conoscenza scientifica che ha permesso alle case farmaceutiche di ridurre lo spazio di accesso alle cure – come è accaduto per l’Aids – e di mantenere una posizione monopolistica sui prezzi, come per le cure sull’epatite C.

Le vaccinazioni per limitate aree del pianeta sono protezioni poco più che immaginarie: si è già visto come e quanto il virus sia in grado di attecchire e soprattutto di sviluppare varianti che, nel corso del tempo, potrebbero essere non coperte dai sieri già iniettati. “Nessuno è al sicuro a meno che tutti non siano al sicuro”, affermano al Covax.

Per questa ragione i governi dei Paesi ricchi devono accogliere la proposta di revoca sui brevetti dei vaccini: è l’opinione prevalente dei cittadini – da quanto mostrano i sondaggi – oltre a essere una misura umanamente giusta e a tutela della salute di tutti.

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